Il secondo appuntamento del Bookeaterclub di Camilla di Zelda was a writer ha avuto per protagonista “Come fermare il tempo” di Matt Haig (del primo appuntamento abbiamo letto Dai tuoi occhi solamente e nel secondo A libro aperto) . Sono in ritardo e trafelata come il Bianconiglio, ma per fortuna non c’era nessun giudice di fronte al quale dover fare mea culpa (e questo è il bello dei gruppi di lettura!) Conoscevo già Matt Haig come scrittore per bambini e ragazzi, perché mi ci ero imbattuta mentre sceglievo i libri da inserire nel catalogo. Come fermare il tempo è una riflessione sul tempo e sul suo scorrere, sulla vita e sul fatto che puoi avere a disposizione anche il tempo di più vite messe insieme, ma non ha senso vivere se non si può amare.

Mi sento pronto a voler bene, a essere ferito e a correre il rischio di vivere.

È la storia di Estienne, nato nel 1581 e, difficile a credersi, è ancora vivo e dimostra circa quarant’anni, anziché quattrocentotrentasei. Ha una disfunzione che si chiama “anageria” e per questo invecchia molto più lentamente rispetto a chiunque altro, diciamo circa un anno ogni quindici. La ragione per cui nessuno è a conoscenza di questa disfunzione è facilmente comprensibile: nessuno è preparato a crederci. E poi c‘è una società che protegge il segreto degli Albatros, così si chiamano tra di loro, dalle Effimere, cioè le persone normali.

Confesso però che nelle prime pagine ero un po’ ingolfata, non riuscivo a partire. Non riuscivo a sintonizzarmi sulla frequenza del libro, non entravamo proprio in sintonia e così l’ho trascurato. Poi ho letto questa frase:

Immagino che sia questo il prezzo da pagare per l’amore: assorbire il dolore di un’altra persona come se fosse il proprio.

Sbam. Centrata in pieno stomaco. Meravigliata come se mi avesse letto nei pensieri, anche un po’ seccata per così tanta confidenza, ma, più di tutto sbalordita per la capacità di descrivere tanto dettagliatamente la sensazione, scomoda, che ho provato tanto spesso. Chi non chiede aiuto pensiamo che non ne abbia bisogno. Chi non si lamenta pensiamo che non soffra. Chi sta bene da solo pensiamo non vada disturbato per un po’ di compagnia. La verità è che costa fatica arrangiarsi da soli, trovare ogni volta la forza per rialzarsi e essere in grado di farlo da soli non significa che non sarebbe bello (ah come sarebbe bello!) trovare una mano tesa in cima alla salita per alleggerire un ultimo gradino o per una pacca sulla spalla. Chi è forte è forte sempre. Ma non sempre è così. Essere forti costa sempre molta fatica.

Mi è capitato spesso che qualcuno mi si avvinghiasse nel momento di dolore profondo per essere tirato fuori, per chiedermi di assorbire un po’ di quel dolore come una spugna, per farlo risalire a galla, per alleggerirlo. In questi casi mi sono sentita come uno scoglio che tenta di arginare il mare. Sommerso da un’ondata di dolore inaspettato, sferzante e inarrestabile, non può fare altro che ancorarsi sul fondo con tutte le proprie forze nel tentativo di contrastare la forza d’urto e non venirne travolto. Non so perché gli altri vedano in me un porto sicuro, ma è qualcosa alla quale non mi abituerò mai e che mi costa una fatica immensa, sia fisica, che mentale.

Ma torniamo al libro, perché è stato in quel momento che ho capito: invecchiare più lentamente degli altri significa veder morire chi ami. E vedere morire chi si ama è la condanna peggiore che si possa infliggere, perché quando ami qualcuno vuoi soltanto che viva.

Tutti abbiamo un tempo determinato a disposizione. Tutti sappiamo che ogni giorno, ogni istante, non tornerà più, ma non sempre abbiamo la possibilità di ragionare su come rendere ogni istante meritevole di essere ricordato.

Proprio come ci vuole un attimo per morire, ci vuole solo un attimo per vivere. Basta chiudere gli occhi e lasciar scivolare via tutte le paure inutili. E in questa nuova condizione, libero dalla paura, ti chiedi: “Chi sono io? Cosa farei se fossi capace di vivere senza il tormento del dubbio? Di essere buono senza paura di rimanere fregato? Di amare senza paura di essere ferito? Di assaporare la dolcezza dell’oggi senza pensare che la rimpiangerò domani? Di non temere il trascorrere del tempo e le persone che si porterà via? Sì. Cosa farei? Chi sarebbe importante per me? Quali battaglie combatterei? Quali sentieri percorrerei? Quali gioie mi concederei? Quali misteri interiori risolverei? In poche parole, come vivrei?

Chiunque cerca di legare il proprio nome all’eternità, c’è chi lo fa costruendo palazzi, ponti o altre opere ingegneristiche, chi accumulando fortune per far vivere i propri cari negli agi, chi scrive, dipinge o compone opere musicali. C’è chi sceglie di costruire ogni giorno ricordi futuri, forse meno tangibili, ma non per questo meno significativi. Ricordi fatti di attimi, di sguardi, di gesti e di parole, di amore e di parole sussurrate, stentoree o mai dette. Ricordi di luoghi, di atmosfere e di passi. Di cieli sopra la testa e passi nella strada. In fondo, la vita è uno scorrere di momenti.

E ogni attimo dura per sempre. Vive per sempre. Da qualche parte.

Vivere per quattrocentotrentasei anni significa ricordare tanti momenti, così tanti da farsi venire il mal di testa, ma non serve vivere così a lungo per rischiare di essere soffocati dai ricordi. Succede a tutti di rifugiarsi nel passato, ripetere automaticamente gesti, abitudini, consuetudini perché vanno bene così, perché già sappiamo come vanno a finire.

È strano quanto sia vicino il passato, anche quando lo credi lontanissimo. Strano come sia capace di balzare fuori da una frase e aggredirti. Strano come ogni oggetto, ogni parola, possa ospitare un fantasma. Il passato non è un luogo a parte.

Che ruolo ha il passato nel nostro presente? Quanto ci condiziona nelle scelte che facciamo ogni giorno? Certo è bello ritrovarsi a parlare del passato, ricordare la propria storia, la strada che abbiamo fatto, ma come facciamo a capire qual è il momento giusto per scrollarcelo di dosso prima che diventi un fardello troppo pesante da portare sulle spalle?

La storia era, ed è, una strada a senso unico. Bisogna continuare a camminare in avanti. Ma non si è obbligati a guardare sempre avanti. A volte ci si può semplicemente guardare intorno, ed essere felici proprio lì, dove si è.

La finitezza della nostra esistenza è un dato di fatto che ci obbliga a fare scelte importanti sull’utilizzo che facciamo del nostro tempo, sapendo, però, che non c’è modo di conoscere il futuro.

Arrivato a un certo punto devi accettare di non sapere. Devi smetterla di sbirciare avanti e concentrarti sulla pagina che stai leggendo.

Il segreto per fermare il tempo, è tutto qui, è smettere di lasciarsene dominare.

Essere liberi di vivere il proprio tempo mi ha fatto venire in mente un albo illustrato di Somin Ahn, magnifica autrice coreana, “Un minuto”, di Corraini Edizioni.

Il tempo non è l’unica unità di misura della vita.

Un minuto, per esempio, dura sessanta secondi, ma a volte è cortissimo, come il giro di uno giostra. Altre volte, invece, come quando sei dal dentista, è lunghissimo. Cosa si può fare in minuto? Ad esempio puoi sbattere gli occhi venti volte, puoi abbracciare il tuo cane o pia tare dei semi. In un minuto può succedere qualcosa di importante, ma può anche passare senza che nemmeno te ne accorgi. Un minuto può raccogliere un istante estremamente doloroso o immensamente felice, ma, in ogni caso, il tempo è una storia di luoghi e di persone.

Senza luoghi e senza persone, il tempo, è solo un ticchettio di lancette e a nulla servirebbe averne a disposizione sempre di più.