Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche arrivarono ad Auschwitz, liberarono i superstiti e rivelarono al mondo l’orrore che si stava perpetrando. Dal 2005 il 27 gennaio di ogni anno si celebra ufficialmente il Giorno della Memoria per commemorare le vittime del genocidio nazista. La memoria contro l’indifferenza: ecco il senso di questa giornata che, attraverso 10 libri possiamo celebrare con storie e ricordi affinché niente di tutto ciò che è stato si ripeta mai più.

Come parlare dell’Olocausto ai bambini?

L’olocausto rappresenta una tragedia che colpisce il cuore e la coscienza dell’essere umano. Tutti dovrebbero ricordare, tutti dovrebbero sapere. Ricordare ci permette di evitare l’errore passato, ma il discorso si fa più complesso quando bisogna scegliere le parole per raccontare l’olocausto ai bambini.

L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori.

Queste sono alcune parole della “definizione d’autore” che la senatrice a vita Liliana Segre, superstite dell’Olocausto e testimone della Shoah italiana, ha scritto per il vocabolario Zingarelli 2020.

Parlare dell’Olocausto ai bambini è una preziosa occasione per sviluppare l’empatia, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere e accettare punti di vista diversi. La scelta delle parole e delle immagini deve tuttavia essere adeguata all’età e alla sensibilità, senza creare un carico di paura e angoscia che può risultare ingestibile.

Nei confronti dei bambini di oggi parlare dell’olocausto è ancora più importante di quanto non fosse qualche decennio fa.  Chi ha vissuto sulla propria pelle la guerra, la persecuzione, l’esperienza della deportazione appartiene a generazioni di uomini e donne che purtroppo non ci sono più. Gli adulti di oggi hanno avuto la possibilità di ascoltare le parole strozzate di nonni o nonne, zii, zie o amici di famiglia, guardare nei loro occhi una paura mai sopita, leggere nei loro volti il coraggio e la determinazione a far sì che mai nessuno più debba riviverla. Oggi, invece, è difficile per i bambini ascoltare una testimonianza diretta e la memoria senza emozioni da toccare rischia di essere qualcosa di lontano, di inafferrabile e, purtroppo, trascurabile.

10 libri per raccontare la Shoah ai più piccoli

Si può iniziare a parlare della Shoah ai bambini orientativamente intorno ai sei anni introducendo dagli albi illustrati che raccontano storie vere, con un linguaggio semplice, senza risultare superficiali, illustrate da tavole delicate e potenti.

Prediligiamo storie che trasmettono speranza, fanno riflettere e possono ispirare: storie nelle quali i protagonisti sono uomini e donne che con coraggio e dignità hanno saputo fare la scelta giusta, forse non la più scontata, sicuramente quella più difficile. Storie in cui l’umanità e l’altruismo non hanno colore, bandiera o schieramento, perché a fare la differenza sono sempre le singole persone.

Da dove cominciare? Di seguito ti suggeriamo 10 libri sull’olocausto, che abbiamo letto negli incontri con i bambini dedicati alla Giornata della memoria, che hanno suscitato domande più che proporre soluzioni, che ci hanno emozionato e ci hanno costretto a riflettere sul nostro modo di essere e comportarci nei confronti degli altri, che hanno aperto e mai chiuso.

Che cos’è l’antisemitismo?

“Perché ce l’hanno sempre avuta con gli ebrei?”, “Che cos’è la Shoah?”, “È vero che tutti gli ebrei sono ricchi?” Durante i suoi incontri con i ragazzi, Lia Levi si è sentita rivolgere tante domande sugli ebrei, l’ebraismo e l’antisemitismo. Così, ha deciso di raccogliere queste domande in questo libro rispondendo con chiarezza e semplicità. Il risultato è un testo che aiuta a capire il contesto, storico e culturale in cui affonda le sue radici l’antisemitismo, fissando le coordinate da seguire prima di addentrarsi nelle storie e nei racconti. Un libro da leggere insieme provando a rispondere alle domande che vengono poste dall’autrice prima ancora che lei stessa dia la risposta.

La portinaia Apollonia 

Siamo nel 1943 in una città sotto l’occupazione nazista. Il punto di vista è quello di Daniel: sua mamma lavora di nascosto (“forse perché vogliono che gli ebrei si riposino”), suo papà è fuggito per unirsi ai soldati buoni per cacciare i soldati cattivi (e li vediamo i soldati cattivi che avanzano nelle pagine), ma Daniel non è spaventato dalla guerra. La sua paura più grande è la portinaia Apollonia. Proprio lei, quella vecchia signora che Daniel e i suoi amici prendono in giro per il suo aspetto da vecchia strega, salverà la vita di Daniel e della sua mamma. Un racconto che parla di quanto pregiudizi e stereotipi siano sempre, e in ogni caso, un muro invisibile e insormontabile per conoscere gli altri, ma anche del coraggio di fare la cosa giusta, anche quando è difficile.

Bruno. Il bambino che imparò a volare

Bruno è Bruno Schulz, artista polacco vissuto durante il secondo conflitto mondiale. La sua morte è avvolta nel mistero, probabilmente coinvolto insieme ad altri ebrei per una ripicca tra due ufficiali tedeschi. Nadia Terranova ripercorre la sua vita, dall’infanzia all’età adulta, con frasi brevi: “Bruno conosceva le parole giuste per trasformare la diversità in opportunità”. Bruno è un bambino impacciato, malaticcio e con una grossa testa. Ama la scrittura e nelle parole scritte e disegnate si rifugia per ricordare il padre, per non sentire le prese in giro, per esprimere la sua creatività. Un giorno, il giorno in cui sparì, dispiegò le ali e volò libero.

La città che sussurrò

Il libro trae ispirazione da una vicenda realmente accaduta durante la seconda guerra mondiale, nel piccolo villaggio di pescatori di Gilleleje, in Danimarca, dove 1700 ebrei riuscirono a fuggire in Svezia grazie alla solidarietà di un’intera città. La famiglia di Anet decide di nascondere e proteggere in casa degli ebrei danesi. La scelta giusta, ma anche quella più difficile. Il loro coraggio ispira gli abitanti della città che in una notte buia e nebbiosa sussurrano le indicazioni giuste per guidare gli ebrei verso il porto. Una storia che dimostra quanto ciascuno di noi possa essere d’impatto con il proprio comportamento e d’ispirazione per gli altri e di quanto ciascuno di noi possa, nel proprio piccolo, fare la differenza.

L’ultimo viaggio

La storia commovente di coraggio e sacrificio del dottor Korczak, medico e pedagogista ebreo polacco e dei suoi bambini. Una storia che non ha un lieto fine, ma che parla alla coscienza raccontando di un uomo che ha avuto la forza di opporsi e che ha ispirato con le proprie scelte bambini e ragazzi, incoraggiandoli con parole sicure e di speranza, raccontando loro fiabe, anche nei momenti più bui e duri, per non perdere la capacità di immaginare un futuro migliore. Si dice che il giorno in cui arrivarono i tedeschi al Dottor Korczak sia stata offerta la libertà, ma lui rifiutò di abbandonare i bambini. Furono tutti portati al campo di Treblinka, e fu il loro ultimo viaggio.

Otto. Autobiografia di un orsacchiotto

Otto è il regalo di compleanno di David e, insieme al suo amico Oskar, trascorre ogni giorno giocando e divertendosi. David, però, è ebreo e quando è costretto a scappare decide di lasciare Otto al sicuro con il suo amico Oskar. I bombardamenti raggiungono anche la città in cui vive Oskar e Otto si ritrova solo. Viene salvato da un soldato americano che, terminata la guerra, lo porta in America dalla sua famiglia. Oskar riconoscerà Otto nel negozio di un rigattiere molti anni dopo e, insieme, si metteranno in cerca di David. Una storia di speranza e di amicizia, quella vera, che può superare anche un guerra preservando ricordi indelebili.

L’albero di Anne 

Ad Amsterdan, al numero 263, nei giardini di Prinsengracht, vive da 150 anni un ippocastano. È vecchio e malandato, così decide di raccontare ciò che ha visto sessant’anni prima: “un mucchio di vestiti infilati l’uno sull’altro, perché non possono trasportare valigie senza apparire sospetti”. È l’arrivo di Anne Frank e della sua famiglia nell’alloggio clandestino di Prinsengracht. Un punto di vista originale, quello dell’ippocastano, per narrare la storia della famiglia Frank e di Anna che nella soffitta, sbirciando dal lucernaio la vita scorrere di fuori, ha scritto le pagine del suo diario.

L’albero della memoria 

L’albero di olivo, che troneggia nel giardino di Samuele Finzi, è il custode dei suoi segreti. Samuele è un bambino che vive a Firenze e all’improvviso la sua vita viene stravolta: suo papà viene licenziato, lui è espulso dalla scuola, gli zii in fuga verso l’Argentina, poi i bombardamenti e la perdita della casa. Mentre i suoi genitori vengono catturati, Samuele trova rifugio all’Impruneta, nascosto nella casa dei nonni di una compagna di classe.Alla fine della guerra Samuele torna nella sua casa e ritrova il suo albero, e con esso, la memoria dei suoi genitori. Un’appendice finale racconta – in un sistema di domande e risposte – della Shoah e delle vicende di quegli anni, con alcune testimonianze di documenti e fotografie.

Lev

È la storia di Lev Nelken, un ragazzino ebreo di tredici anni che sfuggì alla persecuzione nazista scappando con uno degli ultimi Kindertransport, diventando un ingegnere di successo. La Gran Bretagna, infatti, aveva accettato di accogliere i bambini ebrei, mobilitando le proprie associazioni per raccogliere fondi e aiutare i bambini ebrei a lasciare la Germania. Alla stazione Lev saluta i suoi genitori e si rifugia in un paese pronto ad accoglierlo. Una storia attuale, scritta anche in lingua inglese, dove l’accoglienza è la vera protagonista.

Fuorigioco

Marcus è un grande tifoso di calcio. Con l’annessione dell’Austria da parte della Germania le due squadre si uniranno e Marcus pensa che sarà la squadra più forte del mondo, con Sindelar come capitano. Il padre di Marcus, una sera, si incontra con altri uomini in uno scantinato e proprio lui viene estratto a sorte per convincere il campione a non giocare la partita. Non giocare significherebbe perdere tutto, ma il giocatore è combattuto: “ci sono momenti in cui perdere tutto è forse l’unico modo di conservare qualcosa.” La partita si gioca e, contro ogni pronostico, l’Austria vince. Al momento della cerimonia di saluto tutti alzano il braccio, tranne Sindelar il quale si rifiuterà in seguito di giocare con la Germania. Sindelar sceglie la propria dignità, ma a caro prezzo.

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