L’arte di sbagliare alla grande di Enrico Galiano è il primo libro delle nostre Storie da vivere: ogni mese scegliamo un libro e facciamo una lettura creativa, insieme. Per 4 lunedì, a partire da oggi, viaggeremo tra le pagine del libro accompagnati da mentori illustri che ci terranno la mano, ricordandoci che sbagliare può far male, ma anche che sbagliare è necessario.

 

Sbagliare non piace a nessuno, ce ne vergogniamo, ne abbiamo paura. Spesso tentiamo di nasconderli, o cancellarli, come quando tiri una linea storta e poi la copri con una passata di bianchetto. Ma la vernice non li fa scomparire e da lì sotto, gli errori, non ti parlano, non ti insegnano, non ti guardano. Sbagliare può far male, lasciare ferite e alcune diventano cicatrici che non andranno mai più via.

Sbagliare non è bello: però è necessario.

Perché non puoi dire di conoscere davvero te stesso se non passi in rassegna i tuoi errori, se non li guardi negli occhi, se non gratti via il bianchetto con cui li nascondi al mondo. I nostri difetti spesso sono pregi a cui qualcosa è andato storto.

Lieben und Arbeiten

Il primo mentore del nostro viaggio è Freud. Freud ci dice non facciamo poi tanti errori nella nostra vita: facciamo sempre gli stessi, ripetuti infinite volte.

Ognuno quindi ha il suo errore, che tende a ripetere per una vita intera.

E molto spesso questo errore ha a che fare con la felicità: quando siamo a un centimetro dalla felicità, a volte, scappiamo via. Scegliamo la strada che immediatamente ci allontana e la imbocchiamo decisamente. Perché non riusciamo a riconoscerla, la felicità, quando ce l’abbiamo davanti agli occhi? Perché fa più paura la felicità di una delusione? Perché provare a essere felici e non riuscire potrebbe essere più doloroso che rinunciare ad essere felici e non soffrire? Perché forse della felicità abbiamo un’idea irrealizzabile e mitizzata, appoggiata su un trono di aspettative irrealistiche? La verità è che non c’è una risposta, ahimè. Almeno, non una sola.

Ma cos’è allora la felicità? Secondo Freud il segreto della felicità è composto da tre parole: Lieben und Arbeiten.

Il punto, però, è che se per l’amore tutti facciamo un percorso, non sempre lineare e privo di passi falsi, che ci porta a cercare, trovare, riconoscere e conquistare la persona che è la nostra persona, non accade lo stesso per quanto riguarda chi vogliamo diventare e cosa vogliamo fare.

Se non sai cosa stai cercando non riuscirai a trovarlo

In questa tappa ci accompagneranno le parole di Scott Dinsmore, di Bukowsky e di Kirkegaard.

La storia di Scott Dinsmore è la storia di molti: quella di quando sei al lavoro e, intorno alle dieci, vorresti prendere il computer a testate, uscire, scappare, qualsiasi cosa pur di non essere lì. Scott, anche se lavorava per una grande azienda e guadagnava un ottimo stipendio, decise di mollare tutto e nei quattro anni successivi studiò molto e scoprì di non essere il solo a odiare il proprio lavoro. Scott è morto nel settembre 2015, ma la sua storia vive e ispira migliaia di persone in Live Your Legend, una piattaforma per permettere l’incontro tra le persone, le loro passioni e il lavoro dei loro sogni (puoi ascoltare il suo TEDTalk qui).

Secondo alcune ricerche il mondo si divide in 20% vs 80%

Si tratta della percentuale di persone che ama il proprio lavoro contro quella di chi lo odia. Quelli che sentono di realizzare sé stessi attraverso ciò che fanno, contro quelli che di sé stessi non realizzano proprio niente.

Se amore e lavoro hanno pari importanza per essere felici, sarebbe come se l’80% di noi accettasse di stare per tutta la vita insieme a una persona che odia. Che fare un lavoro che non ti permette di esprimere quello che sei, anche se ti viene bene, anche se sei davvero bravo, è l’esatta rappresentazione dell’inferno sulla terra.

Invece di chiedere ai bambini e ai ragazzi “cosa vuoi fare da grande?”, iniziamo a chiedere “tu chi sei”? Quante persone adulte, con un buon lavoro e un buono stipendio, messe di fronte a questa domanda tentennerebbero? Ne conosco più di una. Questo perché la nostra scintilla, il nostro talento, non è, per forza, la nostra vocazione.

Ma io come faccio a sapere chi sono? Tutte le strade, specie in adolescenza, sembrano al tempo stesso tutte giuste e tutte sbagliate.

Bukowsky dice che c’è una vocina dentro che diventa sempre più forte fino a che “ti esce dall’anima come un razzo”. In realtà, se ripenso ai miei sedici anni, più che una voce, avevo un concerto stonato in cui tutti urlavano tutto e il contrario di tutto.

Quanto è difficile scegliere? Quanta paura c’è di sbagliare? Quanto terrore di aver sentito male quella voce, di aver frainteso, di prendere una strada che non è la tua? Quand’è che capirò di essere sulla strada giusta? In realtà non lo sai mai, anzi, hai una paura fottuta che andrà male.

L’ansia di non sapere come andranno le cose e del modo in cui le scelte che hai preso decideranno il tuo futuro è il sentimento che ci rende liberi. L’ansia può essere una cosa buona.

Ma te ne accorgerai se sarà la strada giusta. Sarai sulla strada giusta quando, nel momento in cui tutto andrà storto tu non vorrai essere in un altro posto. Quando avrai visto il peggio e tu vorrai comunque restare lì.

Per arrivarci c’è un solo modo: provare quante più esperienze possibili, sbagliare. Sbagliare di nuovo. Sbagliare tanto. Sbagliare bene.

C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce

Per capire chi siamo e come fare ad esserlo dobbiamo prima sbagliare, anche se non è bello, anche se non piace a nessuno, ma è necessario. Sbagliare non piace a nessuno, ce ne vergogniamo, ne abbiamo paura. Spesso tentiamo di nasconderli i nostri errori, di cancellarli, come quando tiri una linea storta e poi la copri con una passata di bianchetto. Ma la vernice non li fa scomparire e da lì sotto, gli errori, non ti parlano, non ti insegnano, non ti guardano.

Sbagliare non è bello: però è necessario. Perché non puoi dire di conoscere davvero te stesso se non passi in rassegna i tuoi errori, se non li guardi negli occhi, se non gratti via il bianchetto con cui li nascondi al mondo.

I nostri difetti spesso sono pregi a cui qualcosa è andato storto.

Il successo è un sassolino in cui trovare la luna

Quante volte camminiamo per il mondo con in tasca solo una penna rossa, pronti a cercare negli altri quello che non va, dimenticandoci di sottolineare, magari con una penna verde, tutto ciò che hanno di bello, di unico, di raro, di prezioso. Noi non siamo i nostri errori, semplicemente non siamo perfetti. E per fortuna! Perché la parola perfetto significa concluso, chiuso, finito. Non preoccupatevi quindi se non vi sentite perfetti: perché se non vi sentite perfetti significa, semplicemente, che non siete finiti. Se non siete perfetti significa che siete ancora vivi.

Un cerchio imperfetto, che non chiude, è solo un pertugio per continuare a respirare.

È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno di vivere così prudentemente che tanto varrebbe non vivere affatto. Nel qual caso si fallirebbe in partenza.

Sono le parole di J.K. Rowling che per chi ha letto l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters riecheggiano familiari ed estremamente in sintonia con i versi incisi sulla lapide di George Grey: «È una barca che anela al mare eppure lo teme».

Certo, gli errori possono portarci a fare dei giri immensi, con la conseguenza che sbagliando ci sembra di allontanarci sempre più da ciò che desideriamo. In realtà, la vita non è uno scorrere lineare dalla sorgente alla foce, piuttosto, uno snodarsi di anse. Un lento e contorto percorso che ha bisogno di più tempo, di calma e anche di periodi di stagnazione, di clamorosi fuori tema.

Quando Steve Jobs frequentava il corso di calligrafia al Reed College non pensava certo che avrebbe aveva alcuna speranza di farne un’applicazione pratica nella vita. Ma quando dieci anni dopo si trovò a progettare il primo Macintosh, tutto quello che aveva imparato gli tornò utile. Il Mac è stato il primo computer dotato di una bellissima serie di caratteri tipografici.

A volte gli errori non sono cose che si fanno, ma cose che si pensano: idee, opinioni, convinzioni.

Una delle idee più sbagliate riguarda il successo: deve essere grande e deve in qualche modo rispecchiarsi nell’idea di successo di qualcun altro per essere riconosciuto tale. Il successo è un sassolino in cui trovare la luna.

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