Il terzo libro presentato nel corso della riunione di Coralli, il gruppo di lettura dedicato ai giovani lettori e lettrici dagli 11 ai 13 anni, è Tu non sai di me, di Luisa Mattia, pubblicato dalla casa editrice Lapis.

Questo libro è stato scelto dai ragazzi e dalle ragazze come libro da leggere insieme. Ogni riunione del gruppo di lettura, infatti, sono i ragazzi e le ragazze a scegliere quale sarà il prossimo libro che leggeranno. Gli altri libri presentati sono: Insalata mista e Caro Mr. Henshaw.

Prossimo appuntamento sabato 19 febbraio alle ore 10:30 per parlare insieme del libro e per scegliere insieme la prossima lettura. Per partecipare non devi fare altro che raggiungerci in libreria, la partecipazione è gratuita. Se invece abiti lontano puoi sempre ascoltare la presentazione nel nostro podcast e acquistare il libro nel nostro shop, noi ti invieremo il link per collegarti via zoom ed essere comunque dei nostri!

Sara (o del coltello)

Gettò il coltello nel lavandino e, aperto il rubinetto, fissò per qualche secondo l’acqua che, goccia dopo goccia, ne ripuliva la lama. Solo allora si rese conto che la punta si era spezzata e le sembrò di essere spezzata anche lei.

Come era cominciata? Come, come, come?

– Mi ascolti?

E non che non lo ascoltava. Conosceva la tiritera di lamentazioni che le stava rovesciando addosso. Era sempre la stessa, ormai da parecchi mesi.

– Non parli, eh!

E no che non parlava. Che avrebbe dovuto dire? Quelle di suo padre non erano domande ma il solito elenco delle sue mancanze.

Per tutta la notte, Sara – coltello in pugno – aveva inciso i contorni della sua città ideale e, a ogni incrocio, a ogni bivio, all’inizio di ogni ponte, aveva disegnato sé stessa. E se le toglievano matite e penne e colori, avrebbe graffiato i muri.

Per attraversare ogni ponte, tentare ogni via.

Benedetto (o degli abiti)

– Bisogna avere cura delle piante, va predicando da che ho memoria. E aggiunge poi “La natura lasciata a sé stessa va in confusione!”. E ride perché le sembra una battuta divertente.

Io non rido quando guardo le piante del giardino. Stanno in fila come un plotoncino di reclute, tutte uguali. Non c’è una foglia in più di un’altra, non un fiore che abbia qualche petalo un po’ appassito. Lei gli mette anche le retine intorno. E gli elastici. E i sostegni. “Devono venir su come voglio io”.

Li ho strappati. I suoi fiori, dico.

Li ho ammucchiati oltre l’aiuola, accanto a un fosso. Cresceranno? Forse sì. E lo faranno come gli pare.

E in quel momento ho capito che toccava a me. Che mi dovevo liberare con le mie mani.

Avanzo lentamente sul prato. Prima di uscire mi sono tolto abiti e scarpe. Sono nudo e sto bene.

Mirta (o del quadro)

Sembrano sorelle! Siete così somiglianti che non si distingue la madre dalla figlia!

Avevano fatto i complimenti a madre e figlia tante volte che aveva perso il conto, con quella frase fatta che a Mirta sembrava un’offesa.

Mirta sbuffava a ogni ricordo entusiasta delle gesta di sua madre ragazzina e temeva il momento – che arriva sempre – in cui qualcuno – parenti, in genere – si mettevano a fare paragoni.

– E la Mirta che combina? È brava come la mamma?

Mirta era intelligente e questo bastava. Raramente dicevano che era bella.

– Mirta è una bella ragazzina. Crescendo diventerà bella come la sua mamma!

Davanti a uno specchio Mirta restava a controllarsi i brufoli cercando – senza trovarla – la promessa di una somiglianza con la madre.

Che gliel’avrebbe fatta pagare lo aveva giurato. Se la ricordava ogni giorno, quella promessa. Sarebbe arrivato il momento giusto, l’occasione giusta. Arrivò sotto forma di un quadro.

Gabriele (o dei fiori)

La sorellina.

E niente. A me piaceva da matti essere figlio unico.

Oggi, penso a lei, alla sorellina-carognetta-piccina-tesoro. Penso che non la volevo. Penso che ho già quattordici anni e devo farle da custode, da intrattenitore, da nonsochecosa.

La vedo imboccare un sentiero che qualcuno, prima di noi, ha battuto facendosi largo tra l’erba alta per cogliere dei fiori. Più in là scorre un torrente. Lei avanza. Dovrei chiamarla ma non lo faccio. Mi fermo. La guardo perdersi tra l’erba.

La mia voce di dentro mi dice “Devi andarle dietro. Falla tornare. È pericoloso”. Però, c’è anche un’altra voce, in me.

E dice “Lasciala perdere. Che vada come vada. Mica è compito tuo stare di guardia alla carognetta. Perché è carognetta, no? Sempre al centro dell’attenzione, sempre appiccicata a te, sempre a chiedere. I tuoi l’adorano. Come tutti, del resto. Da quando è arrivata lei, che vita fai? Gli hai dovuto cedere la tua stanza. Quando studi ti interrompe continuamente. Quando chatti vuole parlare anche lei… Hai smesso di essere bambino, da quando è arrivata. Purtroppo è nata. Lascia che sia”.

Maria (o delle scarpe)

Lei era quella che ballava a piedi nudi. Lei era quella che ballava a piedi nudi e muoveva le braccia e sollevava le sottane e batteva i talloni e poi le dita sul pavimento. Era lei quella che faceva una giravolta e si teneva dritta su una gamba sola, prima di lasciarsi scivolare a terra e incrociare le gambe e far finta di essere stanca. Ma era solo una finta perché, subito, si rialzava e spingeva sui piedi per saltellare al ritmo di una musica che nessuno sentiva ma lei sì che la sentiva.

Maria ricordava bene quella libertà. Era stata felice da piccola, poi era cresciuta.

Le scarpe la costringevano a stare con i piedi per terra. Un dolore strano, prima lieve e poi sempre più forte, le aveva tolto il respiro un po’ alla volta. Era un dolore del piede ma nasceva all’altezza dello stomaco e premeva sul petto.

Poi le regalarono anche le scarpe da ballo.

– È la tua passione.

No che non era la sua passione. Con le scarpe, no. Senza scarpe, sì. Era libera.

Il giorno del saggio di fine corso avrebbe avuto gli occhi del pubblico inchiodati su di lei.

– Dai il meglio di te – l’aveva incitata la madre.

– Sii te stessa. e andrà tutto bene – aveva specificato suo padre.

Sii te stessa. Se lo ripeté e decise di obbedire a quell’incitamento.

Sergio (o del martello)

– Se non mi lasciano stare insieme a te, mi ammazzo – ha detto Clara.

– Scherzi? – ho chiesto io.

Lei ha fatto cenno di no e s’è messa a piangere a dirotto. Quando fa così io non la sopporto. Cioè, voglio dire che la amo di più e non sopporto che stia male. Per colpa di quei due.

– Sono disperata – ha aggiunto e io mi sono sentito che dovevo fare qualche cosa, che dovevo dirle una di quelle frasi che ti ricorderai per tutta la vita e tu sarai orgoglioso di aver detto le cose giuste al momento giusto.

– Tu non ti ammazzi, perché io li ammazzo prima!

– Lo facciamo insieme!

Così ha detto Carla e io mi sono sentito pieno di forza, con un’euforia che non mi credevo di avere. Stavolta l’ho baciata io e mi sentivo una specie di eroe, un uomo vero che difendeva il suo amore e mandava al diavolo tutto e tutti, meno che lei, ovviamente.

Poi ho sentito una voce. Il padre. Era il padre.

– Sergio, vero?

Ha detto il mio nome e non so perché mi sono emozionato perché l’ha detto e basta e nella sua voce non c’era rabbia o chissà che disprezzo.

– Un attimo – ho detto. – Poso il martello.

Simona (o delle forbici)

Più che una ragazza è un fagotto – aveva commentato Simona, il primo giorno di scuola.

Le amiche di classe avevano riso forte, un po’ sguaiate quando aveva aggiunto: – Sembra un sacco della spazzatura. È una… Monnezza!

Così l’avevano subito battezzata: Monnezza, cioè immondizia, lordura, sudiciume e via così. Si chiamava Tiziana, quella pelosa e infagottata, ma se n’erano subito dimenticate. Monnezza e basta, era diventata.

Provava un gran gusto a umiliarla. Poi un giorno si stufò anche lei di ripetere sempre le stesse cose e si presentò a scuola con un paio di forbici.

– Monnezza, oggi ti accorciamo la gonna!

E fu il giorno il giorno dopo.

Fu quello il giorno in cui Simona le altre accolsero Tiziana come sempre, chiamandola Monnezza, tirandole i capelli e facendole apprezzamenti sulla gonna – un’altra – e imbrattandole il quaderno.

Fu quello il giorno in cui Tiziana seguì le lezioni in silenzio, come sempre.

Fu quello il giorno in cui Simona chiese di andare in bagno.

Fu quello il giorno n cui Tiziana chiese di andare in bagno.

Fu quello il giorno.

Lorenzo (o della coperta)

Mia madre se n’è andata.

Mia madre ci ha lasciati.

Mia madre mi ha lasciato.

Dice che è perché sta male.

Dice mio padre che è perché sta in ospedale.

Dice mio padre che non è mica morta.

Dice mio padre che poi torna.

Dice lui.

Dice mio padre guarda che torna.

Dice mio padre quando torna sarà meglio di prima.

Io voglio mia madre. Voglio che torni il prima.

Da quando lei sta male mi sento una rabbia che non so dire. Ce l’ho con lei che non si regge in piedi e dico io perché s’è ammalata, perché? Ce l’ho con me che faccio ‘sti pensieri balordi. Ce l’ho con mio padre che non mi dice mai niente ma lo vedo che non gli piace quello che faccio, quello che dico e pure quello che non dico. Ma se non dico niente mica vuol dire che non sento niente!

E allora mi parlo dentro. Dentro di me e mi dico un sacco di cose brutte, perché vorrei essere quello che non sono. Affondo la faccia nel cuscino, mi avvolgo nella coperta che fosse un nido.

Rosa (o dello specchio)

Mi hanno chiamato Rosa.

– Eri così bella! – dice mia nonna.

Ogni volta che dice così mi vengono i nervi.

È per via del tempo del verbo: imperfetto.

Così mi sento: incompiuta, scadente, carente di qualcosa.

Lei dice “eri bella” e già mi sembra di aver perso ogni grazie e ogni possiblità.

Lo ero, bella.

Adesso non so. Mi danno i voti e sembra che non arrivino neppure alla sufficienza. Guardati allo specchio. Bada a te. A dovere.

Mi sono specchiata e vedo quella che sono io adesso. Non quella che ero. Non quella che sarò.

Non c’è rosa senza spine e io, che mi chiamo Rosa, fedele al mio nome, ho molte spine.

Tu non sai di me: la nostra opinione

Rabbia e ostilità, pesantezza e livore. Vergogna, umiliazione. Un gorgo di gelosia e impotenza che rendono disperati e facili prede della cattiveria.

Sara, Benedetto, Mirta, Gabriele, Maria, Sergio, Simona (e Tiziana), Lorenzo, Rosa sono i nomi assegnati per essere riconosciuti nel mondo ad anime, cuori, cervelli che quei nomi non sanno più cosa significhino. 

Nomi scritti su un certificato di nascita da una mano pesante che insieme a quel nome ha scritto anche un progetto di vita che schiaccia la vita.

Caro genitore, sei in grado di rinunciare alla proprietà di tuo figlio o di tua figlia affinché possa farsi strada nel mondo?

Sei pronta mamma, sei pronto papà a perdere tuo figlio e tua figlia perché siano uomini e donne libere?

Tu non sai di me, è un romanzo corale, un diario scritto a più mani da ragazzi e ragazze creati da Luisa Mattia che custodiscono un segreto e non vedono l’ora di rivelarlo al mondo. 

L’occasione sarà un coltello, degli abiti, un quadro, dei fiori, delle scarpe, un martello, delle forbici, una coperta, uno specchio. 

Gesti incomprensibili e inspiegabili solo per chi vede senza riuscire a guardare, sente senza ascoltare, ama l’idea di te, ma forse non ancora te.

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