Nell’ultimo incontro di Perle, il gruppo di lettura dedicato ai lettori e alle lettrici dagli 8 ai 10 anni, abbiamo scelto di leggere insieme Mia mamma è un Gorilla, e allora?, di Frida Nielsson, pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli.

In ogni incontro i lettori e le lettrici scelgono la loro lettura dopo aver aver ascoltato la presentazione di tre libri. Gli altri titoli di questo appuntamento erano Il Castello della felicità e La Signora Lana e il profumo della cioccolata. Puoi leggere le presentazioni o ascoltare il podcast, scegliere il libro che più ti piace e poi leggere con noi! Prossimo appuntamento sabato 9 aprile alle 10:30 in libreria.

Intanto puoi ascoltare la presentazione del libro nel nuovo episodio del nostro podcast.

A 9 anni sono stata adottata da un gorilla. Non l’ho chiesto io, ma è capitato lo stesso. Era un giorno di settembre e a tutti i bambini del Biancospino, l’orfanotrofio, era stato ordinato di uscire in giardino per fare pulizie. Il vento sollevava in mulinelli le foglie ammucchiate. Gerda, la direttrice, ci aveva ordinato di portare fuori tutte le lenzuola, le salviette, i cuscini e le coperte per scuoterli e far loro prendere aria. Intanto ci controllava e si teneva ben lontana dalle nuvole di polvere.

A parlare è Janna, la bambina protagonista della nostra storia. Sappiamo che si trova in un orfanotrofio e possiamo immaginare che se in un orfanotrofio un giorno ci si mette a fare le pulizie è perché quel giorno sono previste delle visite. Quel giorno, all’orfanotrofio Biancospino, sarebbe arrivato qualcuno in cerca di un bambino da adottare.

Come si sta all’orfanotrofio Biancospino? Bene, ma non benissimo. È sempre Janna a raccontarci qual è il vero problema.

Non era poi malaccio il Biancospino, ma Gerda non era una vera mamma. Era come se non le importasse davvero di noi bambini. Se qualcuno si buscava un’influenza o una polmonite, lei era di cattivo umore perché significava un fastidio in più. E se qualcuno si faceva male a un ginocchio e cominciava a sanguinare, lei pensava soltanto alle macchie sulla moquette. Una mamma si sarebbe preoccupata per i bambini, Gerda si preoccupava solo di sé stessa: ecco qual era la differenza.

Ma torniamo alla nostra storia. Eravamo all’orfanotrofio Biancospino, in quel momento si sentì un rumore fra gli alberi, lungo la strada. Stava arrivando una macchina.

Una Volvo enorme e vecchia che aveva l’aria di essere stata appena salvata dalla pressa di uno sfasciacarrozze: il tubo di scappamento grattava contro il terreno, il motore mandava odore di bruciato e i finestrini erano coperti di adesivi. La carrozzeria era marrone di ruggine, ma qua e là si vedevano piccole scaglie di vecchia vernice verde. I bambini, senza bisogno di dirselo l’un l’altro avevano fatto tutti lo stesso pensiero: chiunque ci sia in quell’auto, di sicuro è meglio non andare ad abitarci insieme. Anche Janna aveva pensato la stessa cosa.

Quando la portiera del guidatore si aprì ne spuntò una grossa gamba ricoperta di pelo nero. Al piede portava uno scarpone infangato, con i lacci rotti. Poi uscì un’altra gamba, altrettanto grossa e altrettanto pelosa. Una mano si aggrappò al bordo superiore della portiera e il guidatore sgusciò fuori, ansimando.

Era un gorilla! Anzi, una gorilla, alta due metri, grossa come un barile, con un testone che sembrava una pera gigantesca. Rimase un bel po’ a osservare tutto quanto, poi abbassò lo sguardo sui bambini, squadrandoli uno per uno.

Tutti si misero a correre verso l’ingresso. Tranne Janna.

Stranamente, senza riuscire a spiegarsi il perché, si fermò. Rimasi lì, dando le spalle alla gorilla. Sentiva addosso lo sguardo di qualcuno, insistente, tenace, tanto che non poté fare a meno di voltarmi. In realtà avrebbe preferito di no, eppure sì voltò lentamente. E vide gli occhi bruni della gorilla che fissavano i suoi. Sorrideva. Aveva due file di zanne enormi che si sovrapponevano. Si avvicinò. In quel momento Gerda svenne.

Passato il comprensibile sgomento iniziale e tornata in sé Gerda decise di accompagnare la Gorilla all’interno dell’orfanotrofio. Tutti i bambini sono in riga sotto lo sguardo attento di Gerda e della gorilla. Le mani sporche di Janna non passano inosservate alla direttrice che non perde l’occasione per sgridarla, umiliandola davanti a tutti.

Con le mani sui fianchi Gerda sospirò: “Le mie più sentite scuse signora. Detto fra noi, questa bambina è senza speranza. È una di quelle che non si riesce mai a dare via. È qui fin da quando era neonata, l’abbiamo trovata sui gradini dell’ingresso. In nove anni non c’è mai stato verso di appiopparla a qualcuno” poi aggiunse rivolta a Janna: “Hai sentito? Adesso sai perché non riuscirai mai ad andartene di qui! È perché ti ostini ad essere sempre così sporca!” e lanciò un’occhiata d’intesa alla gorilla come se entrambe fossero d’accordo sul fatto che fosse una bambina stupidissima.

Ma la gorilla incrociò le braccia sopra l’enorme pancione e fece un cenno verso Janna e disse: “scelgo lei”.

La casa della Gorilla era una vecchia fabbrica in mattoni scuri, costruita su una discarica, con il tetto pieno di punte che sembravano zanne affilate e una ciminiera che si protendeva verso il cielo grigio.

All’interno la casa era costituita da un’enorme, unica stanza. Sul pavimento c’era un grandissimo tappeto orientale. In un angolo, un letto traballante, di fianco al quale c’erano diverse librerie piene zeppe di volumi. Sotto il letto, altre pile di libri. 3102 libri!

All’estremità opposta si trovava la cucina, il piano cottura era strapieno di stoviglie sporche, casseruole, mestoli, padelle, tegami, perfino un vaso di gerani rosa.

La Gorilla si schiarì la gola “Ehm, ho pensato che il tuo posto potrebbe essere questo” e indicò un angolo dove era stata appesa un’amaca a strisce rosa, azzurre e bianche, con qualche macchia qua e là. Frugò in uno scatolone e ne estrasse una coperta con una fantasia di biscotti a forma di cuore.

Eh sì, la Gorilla non è certo una tipa comune: cammina per la strada incurante degli sguardi della gente, per lavoro fa la robivecchi, ma sogna di avere un negozio di libri usati.

Con il tempo Janna dimenticò di pettinarsi ed i capelli diventarono un groviglio unico, i jeans erano sempre più luridi, ma lei era contenta così: chi mai trovava il tempo di lavarsi e di scuotere le coperte? Nella vita c’erano ben più importanti. Per esempio andare in bicicletta. Oppure leggere libri o guadagnare un patrimonio vendendo rottami, o sedersi sulle ginocchia della gorilla a mangiare le uova con il pane tostano e ad ascoltare la pioggia che martellava sui vetri del tetto, il vento che fischiava contro le pareti e il fuoco che scoppiettava nella stufa, nelle buie serate d’inverno.

A Janna sembrava essere passata un’eternità da quando aveva visto la gorilla per la prima volta e aveva avuto quel brivido nel vederla con quegli orrendi pantaloni e quel sogghigno tremendo.

Adesso aveva capito che lei non era come gli altri, non criticava mai le persone e non alzava mai la voce senza motivo. Era sé stessa e Janna non voleva che cambiasse. Semmai erano gli altri a dover cambiare.

La Gorilla e Janna sono diventate Madre e figlia, legate da un senso di affetto profondo e da un comune e viscerale amore per la libertà.

Questo nuovo equilibrio però rischia di rompersi a causa di Tord Fiordmark, un consigliere municipale corrotto che per impadronirsi della proprietà della gorilla e realizzarci una piscina, minaccia di toglierle Janna e rimandarla in orfanotrofio.

Nello stile un po’ anarchico e scanzonato tipico della letteratura nordica si sviluppa una storia il cui tono ironico affronta a testa alta temi di grande serietà come il rifiuto dei pregiudizi e la diversità come una risorsa. Perché la felicità non è uguale per tutti, ma è un diritto di tutti.

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