Il corpo in cui sono nata

28 Marzo 2022 | Gruppi di lettura

Lo scorso sabato 26 marzo abbiamo ospitato in libreria i lettori e le lettrici del gruppo Pepite.

Ve l’ho già raccontato perché abbiamo scelto questo nome? Cercavamo un nome che facesse capire quanto prezioso potesse essere ritrovarsi a leggere insieme e abbiamo pensato alle pepite. Perché a volte, con il passare del tempo, capita che dimentichiamo il nostro valore e quanto la nostra anima sia bella e preziosa. Ci nascondiamo sotto terra, nel buio di una grotta, ma con la remota speranza che qualcuno alla fine ci venga scoprire, alleggerire da strati di polvere e mostrare, a noi stessi e al mondo, tutto il nostro splendore. Proprio come le pepite.

Dopo aver letto Agata nel paese che non legge, abbiamo scelto Il corpo in cui sono nata, di Guadalupe Nettel, pubblicato dalla casa editrice La Nuova frontiera.

Chiara ha letto alcune del libro, abbiamo ascoltato la playlist abbinata alla storie e poi abbiamo chiacchierato brindando con lo spritz e sgranocchiando le patatine. I nostri gruppi di lettura sono così, niente di palloso e troppo concettuale. Per unirti a noi basta ti basta raggiungerci in libreria sabato 9 maggio alle ore 17:30. Nel frattempo ci trovi su Telegram a chiacchierare della lettura in corso e di altre piccole amenità.

Se non hai ascoltato la presentazione del libro e vuoi capire meglio se Il corpo in cui sono nata fa per te puoi continuare a leggere il post oppure ascoltarlo nel nuovo episodio del nostro Podcast.

Il corpo in cui sono nata non è un’autobiografia

Stamattina mentre stavo per portare il bambino al nido ho ricevuto una telefonata di mia madre. Riesce sempre a chiamare nei momenti meno opportuni.

«Sono stata sveglia tutta la notte pensando al tuo famoso romanzo. Sai che posso querelarti per danni alla mia immagine?»

Più tardi, intorno alle undici e mezzo, mio fratello Lucas, che di solito è così occupato da non rispondere quasi mai alle mie chiamate, mi ha contattato al cellulare mentre stavo innaffiando le piante moribonde del mio studio.

«La mamma mi ha detto della tua autobiografia.» Dopo una specie di risata ha aggiunto: «Non l’ha letta, ma dice che ti querelerà per diffamazione.»

«Certo che non l’ha letta! Non ho neanche cominciato a scriverla.»

«Non preoccuparti. L’ho calmata dicendole di avere pazienza e di aspettare che ne facciano un film. Non si sa mai, magari diventa ricca.»

Ho appoggiato l’innaffiatoio a terra e ho attaccato il telefono. Per la prima volta in un anno e mezzo mi sono seduta al computer e ho scritto con piacere, decisa a trasformare in realtà quel “famoso romanzo”. Lo finirò anche a costo di ritrovarmi in tribunale o chissà che altro. Sarà un racconto semplice e breve. Non dirò nulla di cui non sia convinta.

Questo libro non è autobiografia, è un romanzo, anzi, un memoir. Un’autobiografia deve rispettare gli eventi così come sono accaduti, risponde a una logica di verità dei fatti, esige un riscontro oggettivo tra realtà e scrittura. Con il memoir si scrive della propria vita.

Il memoir invece dà voce alla memoria, ai fatti così come li ricordiamo, si affida alle emozioni, non vuole un riscontro certo con ciò che è avvenuto perché ciò che conta è l’emozione che in quel ricordo e in quel brandello di memoria sono incastonati. Con il memoir ci si muove avanti e indietro nel proprio tempo interiore, si ricostruiscono fatti ed episodi non per ciò che realmente sono stati, ma per il significato che hanno avuto nella storia di chi quei fatti e quegli eventi ha vissuto.

Possiamo scrivere un memoir per fare i conti con alcuni tratti della nostra storia, per pacificarci con ciò che abbiamo perduto, per voltare finalmente pagina, per ricostruire la nostra vita, per dare valore e voce a qualcosa di originale e irripetibile, per trasformare ciò che è stato in rinnovata energia vitale.

Gualupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Considerata una delle più importanti scrittrici latinoamericane dei nostri giorni è l’autrice de La figlia unica, un romanzo sulla maternità, anzi, sulla natura permeabile della maternità, sulle ragioni della scelta di essere madre o meno in relazione all’adeguamento a aspettative famigliari e sociali. In un’intervista Guadalupe Nettel ha detto di aver iniziato a scrivere Il corpo in cui sono nata, dopo la nascita del suo primo figlio e di averlo terminato dopo la nascita del secondo e che l’esperienza della maternità ha avuto un forte impatto sul tentativo di fare un bilancio della sua infanzia.

Abbiamo scelto questo libro per continuare nel nostro impegno di uscire fuori dagli stereotipi leggendo, abbiamo scelto la sua storia per portare a galla quella matassa di ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza indissolubilmente intrisi di interpretazioni e significati che segnano ancora oggi le nostre vite, ma dei quali forse non sempre abbiamo completa consapevolezza.

Abbiamo scelto il corpo in cui sono nata perché ognuno e ognuna di noi almeno una volta ha percepito il proprio corpo in maniera estranea, non sempre la forma che avremmo desiderato per presentarci e rappresentarci al mondo. Una lotta che, soprattutto, per molte donne dura tutta la vita e spesso lascia ferite e dolori indelebili.

Abbiamo scelto la voce di una donna che decide di scrivere un memoir nella convinzione che la scrittura possa essere riparativa, che le parole abbiano il potere di aggiustare, creare, accomodare quella voce e quel ricordo di ragazza che provava una profonda insoddisfazione riguardo alla scuola e al tedio della sua vita familiare, ma che aveva la nitida sensazione che il mondo fosse più ampio e più emozionante di quanto le fosse permesso vedere dalla piccola fessura alla quale aveva accesso.

Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, sulla cornea dell’occhio destro. Sarebbe stata una cosa del tutto irrilevante se la macchia non si fosse trovata nel bel mezzo dell’iride, cioè proprio sulla pupilla, da dove la luce penetra fino al fondo del cervello. All’epoca i trapianti di cornea sui bambini appena nati non si eseguivano ancora: il neo era condannato a rimanere lì per diversi anni. L’ostruzione della pupilla favorì lo sviluppo graduale di una cataratta, così come un tunnel privo di ventilazione si riempie di muffa. L’unica consolazione che in quel momento i medici poterono dare ai miei genitori fu l’attesa. Di sicuro, quando la loro figlia avesse terminato la fase di crescita, la medicina sarebbe progredita abbastanza da poter offrire la soluzione che allora mancava. Nel frattempo ci sono gli esercizi, fastidiosissimi, per sviluppare, nei limiti del possibile, l’occhio pigro e un cerotto sull’occhio buono. Il cerotto era color carne e copriva il viso dalla parte superiore della palpebra all’inizio dello zigomo. Portare quel cerotto provocava in me una sensazione d’oppressione e di ingiustizia. Con quel cerotto dovevo andare a scuola, riconoscere la maestra i contorni del materiale scolastico, tornare a casa, mangiare e giocare una parte del pomeriggio. Credo ai aver opposto resistenza ogni giorno. Eppure, per ragioni che ancora non capisco, non ho mai tentato di levarmelo.

La scuola date le circostanze, era un luogo ancora più inospitale di quanto tendano a essere le istituzioni di questo genere. Vedevo poco, ma abbastanza da sapermi destreggiare in quel labirinto di corridoi, muri di cinta e giardini. Il problema non era lo spazio, ma gli altri bambini. Sia io che loro sapevamo di essere diversi in molte cose e ci evitavamo a vicenda.

Nella mia scuola non c’erano bambini come me, ma avevo compagni con altri tipo di anomalie. Condividevamo tutti la certezza di non essere uguali agli altri e di conoscere meglio la vita rispetto a quell’orda di ingenui che, nella loro breve esistenza, non avevano ancora affrontato nessuna disgrazia.

Ci sono persone che durante l’infanzia sono costrette a studiare uno strumento musicale o ad allenarsi per le gare di ginnastica, io venivo allenata a vedere con la medesima disciplina che prepara altri a un futuro sportivo.

Peraltro la vista non era l’unica ossessione della mia famiglia. Sembrava che i miei genitori considerassero l’infanzia come una tappa preparatoria durante la quale si devono correggere tutti i difetti di fabbrica con cui si è venuti al mondo. Mia madre affrontò come una sfida personale la correzione della mia postura alla quale si riferiva spesso con metafore animali. «Scarafaggio!» gridava ogni due o tre ore «raddrizza le spalle!», «scarafaggino, è ora di mettere l’atropina.»

Forse la conservazione della specie consiste proprio in questo, nel perpetuare sino all’ultima generazione di esseri umani le nevrosi degli antenati, le ferite che ereditiamo come un secondo corredo genetico.

Una volta smembrata la famiglia, la terra si divise in due continenti

Erano gli anni Settanta e la famiglia di Guadalupe aveva abbracciato alcune delle idee progressiste che imperavano in quel momento. I nomi dei suoi coetanei costituivano una testimonianza eloquente di quell’epoca: “Kruscevna”, “Lenin”, “Soviet Supremo”, che veniva soprannominato “il Viet” e poi altri a credenze religiose come “Uma” o “Lini”.

Per fortuna la sua famiglia non era così stravagante. Certo, aveva idee bizzarre sull’educazione, ma nulla che potesse pregiudicare irreparabilmente la crescita dei figli. Prendendo spunto dai genitori di un bambino della stessa scuola che avevano appena divorziato, al momento di andare a letto e di leggere la storia serale quotidiana, la mamma e il papà un giorno introdussero in camera un nuovo libro illustrato, che spiegava come un’unica famiglia potesse avere due case. Fu così che il padre migrò per sempre dal loro appartamento.

Una volta smembrata la famiglia, la terra si divise in due continenti. Nell’emisfero della madre lo stoicismo e l’austerità erano valori fondamentali, aveva la certezza che il denaro fosse un bene che poteva scarseggiare da un momento all’altro e, di conseguenza, una cosa alla quale bisognava stare attenti a ogni costo. Nel continente del padre accadeva l’esatto opposto. L’austerità e lo stoicismo diventavano i valori più inutili e masochisti del mondo.

Due anni dopo la separazione, la mamma fu vittima di una forte depressione che finì per coinvolgere tutti. Il suo malessere si manifestava con un pianto ricorrente che di solito scoppiava nel pomeriggio, come gli acquazzoni che investono Città del Messico durante l’estate.

Alla fine decise di esiliarsi. Il suo non fu un esilio politico, bensì amoroso. Il pretesto era frequentare un dottorato in urbanistica e pianificazione territoriale nel sud della Francia. I genitori si misero d’accordo in modo che i figli trascorressero il primo anno degli studi con il padre, in Messico, mentre la mamma avrebbe sistemato le cose per accoglierli in Francia. Tuttavia il progetto non andò mai in porto. Accadde qualcosa che impedì di realizzare i loro piani, una cosa che Guadalupe venne a sapere in modo chiaro e inequivocabile quasi un anno dopo, e che avrebbe cambiato completamente la sua vita.

Perché mia madre si buttava a capofitto in quel viaggio pur dovendoci affidare, in un disperato piano B alla nonna, quella donna anziana e conservatrice che incarnava esattamente il tipo di educazione che lei non aveva voluto darci? Perché, dopo aver sbandierato così tanto l’importanza di dire sempre la verità, nessuno ci forniva una spiegazione convincente? L’unica persona alla quale potevamo chiedere qualcosa era la nonna, e la sua risposta era criptica e sempre uguale: «Da quando in qua le anatre sparano ai fucili?» Per dire che i bambini non devono chiedere conto agli adulti.

 

I due emisferi dei miei genitori non avevano mai provocato problemi di navigazione in me e in mio fratello, mentre l’universo ottocentesco in cui ci trasportò la nonna rappresentava il territorio meno ospitale che avessi conosciuto fino a quel momento. Diverse regole, per esempio, si basavano su una presunta inferiorità delle femmine rispetto ai maschi. Secondo una sua visione delle cose, il dovere principale di una bambina – ancor prima della scuola – era aiutare nelle pulizie di casa. Inoltre, le femmine dovevano vestirsi e comportarsi “come si deve”, a differenza dei maschi che potevano fare quello che volevano. Tutto questo nel pieno degli anni Ottanta, decennio che a mia nonna non era minimamente pervenuto.

Il suo corpo le imponeva di espellere attraverso l’esercizio fisico tutta l’ira che si stava generando dentro di lei. L’ira nei confronti della madre, che senza alcuna spiegazione era sparita dalla faccia della terra, l’ira nei confronti di quell’anziana ingiusta che cercava in ogni modo di “farle abbassare le arie”, come se la sua condizione non l’avesse già fatto in maniera molto efficace prima di lei. Per questo non si univa ai giochi delle bambine in cortile, ma preferiva giocare a calcio con i bambini. Per fortuna ai maschi del suo palazzo andava bene che partecipasse alle partite, a patto che continuasse a evitare i gol della squadra avversaria: vista la sua altezza, superiore a quella di tutti loro, infatti, l’avevano messa a presidiare la difesa.

L’assenza dei miei genitori e il conflitto continuo con la nonna mi avevano trasformato in una persona differente. Non solo cambiai abbigliamento e pettinatura, ma si modificò anche l’espressione del mio volto. Il mio carattere, in balia dei cambiamenti tipici della pubertà, divenne più cupo, più taciturno. Parlavo meno. Non rivelavo quasi nulla sulla mia vita.

Mi identificavo completamente nel personaggio della Metamorfosi, che sentivo avere una storia simile alla mia. Anche io una mattina mi era svegliata con una vita diversa, un corpo diverso, senza sapere fino in fondo in che cosa mi fossi trasformata. In nessun punto della narrazione, Kafka dice chiaramente quale insetto fosse Gregor Samsa, ma io aveva capito quasi subito che si trattava di uno scarafaggio. Lui si era trasformato mentre io lo era per decreto materno, se non dalla nascita. Come lui, anche io risvegliava una certa repulsione nei miei compagni.

I bambini sono molto sensibili e riconoscevano con chiarezza l’odore di infelicità che trasudava il mio corpo.

Nell’ottobre del 1984 Guadalupe, insieme alla madre e al fratello andarono a vivere nel sud della Francia. Trascorsero quasi cinque anni ad Aix en Provence. Il loro quartiere si chiamava Les Hippocampes ed era considerato l’area più problematica della Zac (Zona di pianificazione concertata) costruita alla periferia della città.

Avevo dodici anni. Non avevo ancora assimilato fino in fondo la metamorfosi che il mio corpo aveva subito. I miei vestiti erano fuori moda, il mio taglio di capelli più simile a quello di Spike Lee che a quello di Madonna. Portavo degli occhiali con un’enorme montatura di plastica rosa, parlavo il francese con l’accento ispanico e avevo un nome impronunciabile, che ricordava vagamente quello di un’isola francese sperduta in mezzo ai Caraibi. L’effetto correttivo del cerotto aveva dato i suoi frutti soprattutto sullo strabismo. Per una decina di anni i miei occhi erano rimasti allineati. Ma quando avevo smesso di metterlo, il mio occhio malato si era abituato via via alle delizie dell’ozio e, sempre più atrofizzato, aveva cominciato ad avvicinarsi al naso con un languore esasperante. Per costringerlo al movimento mi sarei dovuta tappare l’occhio attivo e, pertanto, infliggermi di nuovo ciò che avevo tanto detestato e patito durante la prima infanzia. Dovevo scegliere tra l’immolazione disciplinata sull’altare della normalità fisica – che in ogni caso non sarebbe mai stata assoluta – e la rassegnazione. In compenso il mio occhio sinistro si affannava per raggiungere la visione più ampia possibile tutto da solo. Questa attività frenetica produceva un movimento tremolante, noto in medicina con il nome di nistagmo, che la gente interpretava come insicurezza o agitazione. Non mi si avvicinavano neppure i nerd. Ero di nuovo un’outsider, semmai avevo smesso di esserlo.

Stando a ciò che ho potuto osservare, quando un evento ci ferisce, nell’affrontarlo seguiamo due tendenze generali: la prima consiste nel ripercorrerlo all’infinito, come un video proiettato a ripetizione nel nostro schermo mentale. La seconda consiste nel distruggere il nastro e dimenticare per sempre l’evento doloroso. Alcune persone, me compresa, adottano entrambe le tecniche per rielaborare i propri ricordi.

No, non penso di serbare rancore, neanche nei confronti di mia madre, ma ammetto di provare una certa amarezza per tutto ciò che il nostro rapporto avrebbe potuto essere e non sarà mai, nonostante i momenti positivi che ogni tanto viviamo, nonostante la complicità che in molte occasioni ci unisce. Come quella di Moby Dick, anche la nostra è una storia d’amore, d’amore e di incontri mancati.

Il corpo in cui siamo nati non è lo stesso con cui lasciamo il mondo

I comportamenti acquisiti durante l’infanzia ci accompagnano per sempre, e anche se a forza di volontà li teniamo a bada, acquattati in un luogo tenebroso della memoria, quando meno ce lo aspettiamo ci saltano in faccia come gatti inferociti.

Probabilmente il presunto incanto che molta gente attribuisce all’infanzia è uno scherzo giocato dalla memoria.

Non è doloroso ricordare una situazione che per fortuna non è più tale, ma semplicemente riconoscere ciò che abbiamo provato in precedenza, ed è questa la cosa che niente, neppure un’amnesia o il migliore degli analgesici può cambiare. Il dolore rimane nella nostra coscienza come una bolla d’aria con l’interno intatto, in attesa di essere evocato o, nel migliore dei casi, tirato fuori.

Il silenzio, come il sale, è leggero solo in apparenza: in realtà, se si lascia che il tempo lo inumidisca, diventa pesante come un’incudine.

Il corpo in cui siamo nati non è lo stesso con cui lasciamo il mondo. Non mi riferisco soltanto alle cellule che mutano un’infinità di volte, ma ai suoi segni distintivi, ai tatuaggi e alle cicatrici che con la nostra personalità e le nostre convinzioni aggiungiamo via via, per tentativi, meglio che possiamo, senza guida né indicazioni.

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Siete mai stati a Villa Borghese?

Un parco incantevole in cui i vialetti si snodano tra alberi altissimi e si aprono su radure improvvise o laghetti fiabeschi e fontane zampillanti. Al centro del parco c’è un edificio maestoso, la Galleria Borghese, che raccoglie esposizioni d’arte uniche al mondo per valore e bellezza. Qui è ambientata la storia di Minuti contati, un’avventura mozzafiato tra arte e storia, amicizia e solidarietà.

Qui festeggeremo un anno di letture insieme con i gruppi di lettura 8-10 e 11-13 anni e tutti e tutte coloro che vorranno unirsi a noi prima delle vacanze.

Qui potremo fare una visita guidata al museo, per svelare ogni retroscena dei corpi delle statue del Bernini e dei volti dei quadri del Caravaggio che hanno animato la storia.

Qui potremo incontrare l’autrice del libro, Maria Beatrice Masella, in un pic nic sull’erba.

Trova gli indizi e risolvi il mistero

Minuti contati è la storia di Stella e di Ricky, due ragazzi che frequentano il liceo artistico e hanno accettato di fare uno stage nella Galleria Borghese. È la storia di una mattina come tante alla Galleria, folle di turisti sciamano nei corridoi girando intorno alle opere d’arte che le guide descrivono ciascuna in una lingua diversa, svelando i segreti che l’arte riserva sempre a chi li voglia ascoltare. E poi è arrivato lui, ci ha messo pochi secondi: ha aperto lo zaino appoggiandolo fra i suoi piedi prima di consegnarlo al guardaroba, ha estratto un pacco, una specie di busta gialla rigonfia che ha fatto scivolare veloce dentro la giacca.

Così ha inizio una inquietante caccia al tesoro, una sfida di enigmi in cui ogni mossa può risultare fatale e il prezzo da pagare altissimo: qualcuno minaccia di far saltare in aria la Galleria Borghese e ha seminato indizi intorno alle opere d’arte. È come se le statue prendessero vota e raccontassero la loro storia, così lontana e così vicina. I loro dolori e le loro speranze sono quelli che animano ancora popoli afflitti dall’oppressione, dalla tirannia e dalla minaccia di un futuro senza sogni.

Cosa succederebbe se Stella e Ricky arrivassero troppo tardi?

Lotta va al museo

Per l’ultimo appuntamento della stagione dei gruppi dei lettura 8-10 e 11-13 anni, abbiamo scelto di festeggiare con un evento speciale: chi acquista il libro potrà partecipare alla visita guidata alla Galleria Borghese, sabato 15 giugno, alle ore 16:00, e fare un pic nic nel parco insieme all’autrice Maria Beatrice Masella.

Abbiamo bisogno della cultura e dell’arte come dell’aria, per esistere come individui e come persone che appartengono a una società. Sono i punti di riferimento che ci servono per capire chi siamo, da dove veniamo e chi vogliamo essere. Sono le radici che fondano la comunità alla quale apparteniamo, i fili verso i quali protendiamo le braccia per cogliere nuove occasioni e opportunità. Sono eccezionali strumenti per sensibilizzare, di mettere in discussione abitudini sociali e promuovere cambiamenti di comportamento nella nostra società.

Sono il modo migliore che conosciamo per festeggiare un anno di letture insieme.

 

Chi può partecipare?

Tutti e tutte! Chi ha partecipato ogni mese ai gruppi di lettura, chi è venuto una volta e mai più, chi non è venuto, ma ha sempre desiderato, chi non ha mai potuto perché abita lontano o non ha mai avuto l’occasione giusta.

 

Quanto costa?

Il prezzo del libro. Incluso con l’acquisto del libro c’è la visita guidata alla Galleria Borghese (abbiamo già prenotato noi l’entrata di gruppo) e il pic nic nel parco con l’autrice.

 

Quanto dura?

Appuntamento ore 16:00 davanti alla Galleria Borghese, ognuno può raggiungerci con i mezzi propri. La visita durerà circa un’ora e poi ci ritroveremo all’esterno del museo per un pic nic durante il quale incontreremo l’autrice del libro, Maria Beatrice Masella. Potremo fare domande e confrontarci sulla lettura del libro, chiacchierare e scambiarci opinioni. In tutto circa due ore e mezza.

 

Come faccio a partecipare?

Acquista il libro in libreria o nello shop qui

Nuove ribelli: ad aprile scopriamo le graphic novel con l’illustratrice Vittoria Macioci

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Nuovo appuntamento del gruppo di lettura 11-13 e per questa occasione scopriamo le graphic novel con Vittoria Macioci, autrice e illustratrice del libro Nuove Ribelli.

Dopo Lotto ogni giorno continuiamo a parlare di storie di coraggio, di impegno, di determinazione. Ma questa volta parliamo di ragazze di oggi. Nuove ribelli dà voce ai diritti di quelle bambine e di quelle ragazze diversissime tra loro, pronte a pagare il prezzo di andare contro corrente, a segnare un prima e un dopo con il loro comportamento, a ispirare senza giudicare. 

La storia di Malala Yousafzai e quella di Greta Thunberg sono già note, ma ci sono altre ragazze che credono che le cose possano cambiare. Ora. A partire da ognuno di noi. 

Sono Emma González e i ragazzi di Parkland sopravvissuti a una sparatoria in un liceo americano e diventati la lotta per il controllo delle armi negli Stati Uniti.

Sono Melati e Isabel Wijsen in Indonesia, capaci di mobilitare migliaia di persone pur di pulire le proprie spiagge. Un passo alla volta, un sacchetto alla volta. 

È Yousra Mardini, campionessa di nuoto siriana impegnata nella lotta per la sopravvivenza e per proteggere i propri cari e gli esseri umani intorno a sé. 

Quello che fanno è passare dalle parole ai fatti, dimostrando che nessuna sfida è troppo grande, nessun sogno è troppo piccolo, quando si costruisce una comunità in cui vengono prima le persone e le loro vite. 

Non resta che leggere e fare la nostra parte. 

 

Incontro con l’autrice in libreria

Sabato 13 aprile è stata ospite in libreria l’autrice e illustratrice Vittoria Macioci che ha realizzato le tavole della storia dedicata a Malala Yousafzai nell’antologia Nuove Ribelli.

Insieme a lei abbiamo conosciuto le storie delle protagoniste del libro, ascoltato il processo creativo dietro la realizzazione delle storie e riflettuto insieme su quanto siamo importanti le loro testimonianze.

Abbiamo posto domande, interrogandoci su come sia possibile prendere una pallottola in testa quando si va a scuola o dentro scuola. Perché mai ci si dovrebbe sentire al pericolo dentro casa propria, tanto da rischiare la vita a bordo di imbarcazioni fatiscenti pur di andare via. Di quanto ognuno di noi possa fare la propria parte, con le proprie parole, con i propri gesti.

Noi abbiamo fatto la nostra parte aprendo la mente, il cuore e le orecchie. Ci ritroveremo in libreria sabato 11 maggio alle ore 10:30 per l’ultimo appuntamento del gruppo di lettura per questa stagione, parleremo delle nostre storie preferite e registreremo un nuovo episodio del podcast.

Ora tocca a te.

 

Nuove Ribelli

di Brett Parson, Fabien Morin, Gijé, Jocelyn Joret, Julien Derain, Laurent Hopman, Rebecca Traunig, Vittoria Macioci, con la prefazione di Randa Ghazy e la traduzione di Stefano Andrea Cresti, Tunuè

 

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COME FACCIO A PARTECIPARE?

La partecipazione è libera e gratuita, ma è necessario acquistare il libro. Non serve prenotare, basta raggiungerci in libreria.

Dopo cinque partecipazioni al gruppo si ottiene il 5% di sconto e, dopo altre cinque, un ulteriore 5% (non cumulabile).

Qui il calendario con tutti gli incontri.

ABITI LONTANO? LEGGIAMO INSIEME, ANCHE A DISTANZA!

Se abiti lontano e non puoi partecipare agli incontri in libreria puoi leggere con noi, anche a distanza, acquistando il libro del mese o l’intera terzina (con lo sconto del 5%) e le spese di spedizione sono gratuite.

E se ci mandi un vocale su Telegram condividendo la tua esperienza di lettura lo pubblicheremo nel nostro Podcast di presentazione del libro, insieme alle voci dei partecipanti degli incontri in libreria.

3 libri da leggere a marzo 11-13 anni

3 libri da leggere a marzo 11-13 anni

Nuovo appuntamento del gruppo di lettura 11-13 e torna l’appuntamento con lo scambio posta Pelledoca!

Grazie alla casa editrice Pelledoca, specializzata in storie da brivido, capaci di tenere il lettore con il fiato sospeso e gli occhi incollati alla pagina, torna l’avventura Scambio Posta Pelledoca. A novembre avevamo avuto modo di partecipare al primo scambio e avevamo letto l’incipit in esclusiva di quello che poi è diventato il libro del mese!

Ogni partecipante al gruppo di lettura ha ricevuto una busta personalizzata. Ogni busta contiene:

  • un aneddoto da dietro le quinte, ovvero qualcosa di particolare e curioso legato alla realizzazione di un libro Pelledoca: questo mese dedicato a L’impero invisibile, di Gabriele Nanni;
  • un’anticipazione esclusiva: questo mese l’incipit di Frammenti di oscurità, il romanzo di Stefania Cornago, in uscita a fine marzo;
  • un breve racconto d’autore inedito, scritto appositamente per SPP: questo mese Il mio nome è Violet Hellman di Chiara Cacco;
  • il cruciverba Pelledoca.

Vuoi sapere cosa abbiamo letto a febbraio? Qui, trovi la presentazione (da leggere/ascoltare) del libro del mese di febbraio e degli altri libri della terzina.

I nostri lettori e le nostre lettrici, che si sono ritrovati in libreria sabato 16 marzo alle ore 10:30 (qui trovi il calendario con tutte le date degli incontri) hanno ascoltato la presentazione di tre libri e poi ne hanno scelto uno da leggere insieme.

Se acquisti il bundle con l’intera terzina del mese hai il 5% di sconto e le spese di spedizione omaggio!

Ecco il libro del mese:

Spiriti dello Tsunami

di Daniele Incastro, Pelledoca

Un libro da brividi perché è attraversato costantemente da un filo di angoscia, ma è una storia di grandi sentimenti ed emozioni profonde che scava nella reazione dei sopravvissuti alla morte improvvisa di loro cari, mostrando un lato diverso del dolore, un dolore fatto di compostezza, ma che riusciamo lo stesso a provare sulla nostra pelle. Ascolta i commenti dei nostri lettori e delle nostre lettrici nell’ultimo episodio del podacast.

Il pavimento iniziò a tremare. I vetri ronzarono. Il lampadario oscillava nell’aria. I cassetti si aprirono in un tintinnio di posate.

È il 2011 e il Giappone è attraverso dall’onda di un violento tsunami che provoca circa 20.000 vittime e 5.000 dispersi. Marco, il fratello di Andrea è fra questi. Da quel giorno la vita di Andrea non è più la stessa.

Andrea voleva diventare come Marco, leggero, sicuro di sé, incurante di qualsiasi fallimento, capace di insegnare ai giapponesi lingua e cultura italiana con la schiena dritta e realizzare i suoi sogni. Finché il terremoto più potente della storia del Giappone, il quarto a livello mondiale, lo aveva spazzato via dal pianeta, ma non dalla sua vita. Marco c’è ancora, ma lo vede solo Andrea: era lui, suo fratello, ma un blu innaturale colorava le sue unghie e i suoi vestiti gocciolavano. Insomma, uno spirito. Certe cose pensi che accadano in tv, al massimo on line, mai per davvero. Mai a te. E invece.

Si chiamano Yurei, sono le anime delle persone che, dopo morte, non riescono a lasciare il mondo dei vivi e raggiungere in pace lo Yomi, l’aldilà, almeno finché non saranno placati. Secondo le antiche tradizioni giapponesi quando gli spiriti sono animati da emozioni molto forti o se hanno subito una morte violenta o i riti funebri non vengono eseguiti restano in una sorta di limbo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Marco avrebbe potuto e voluto fare ancora tante, tantissime cose, come insegnare all’università, vedere un’altra nevicata, sposare la sua fidanzata Tanako, ma è arrivato lo tsunami a spazzare via sogni e desideri. Il suo corpo non è mai stato ritrovato e non ha potuto ricevere una degna sepoltura. Il fatto che sia ancora lì significa che c’è qualcosa di irrisolto. E Andrea sa di cosa si tratta, anche se ha fatto di tutto per nasconderlo ai genitori. C’è la testimonianza di un uomo del posto che dice di aver salvato lui i ragazzi, non suo fratello. Solo che è un bugiardo. E ora quell’accusa infame tiene Marco nel limbo.

Così Andrea decide di andare a Kamaya, sul luogo della tragedia. Lì incontra i sopravvissuti, occhi bassi e silenzio, unghie che scavano la pelle sulle nocche in risposta alle domande. E poi Yoko, una ragazza che sembra ascoltare le storie di chi non c’è più. A quanto pare, Andrea, non è il solo a parlare con i morti e vedere i fantasmi. Non è il solo a dover fare i conti con la vita che chiede prepotentemente di andare avanti.

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Ecco gli altri libri della terzina:

Emma e i fantini detective 

di Laura Orsolini, Pelledoca

Il cadavere di un cavallo viene ritrovato all’alba sulla spiaggia di Forte dei Marmi. Come un tronco enorme straccato dal mare. Lo ritrova Bianca, amante della corsa, della musica classica, dei cavalli. Bianca infatti è proprietaria di un maneggio, il maneggio Biancavallo.

Sarà annegato, pensa il dottor Carlo Del Carlo, medico incaricato di eseguire l’autopsia e veterinario del maneggio di Bianca. Lo stesso maneggio dove i genitori di Emma hanno deciso di farle trascorrere una vacanza nel tentativo di superare il mutismo selettivo in cui si è chiusa dopo la scomparsa del cane. “Vedrai che tornerà” le avevo detto, “vedrai che lo ritroveremo”, “vedrai che sta bene”. Emma aveva collezionato un numero consistente di “vedrai”. All’inizio ci aveva creduto, poi aveva sperato e poi erano cominciate a scendere le lacrime. E piano, piano Emma non ebbe più voglia di ridere, né di stare con le amiche, né di studiare, né di leggere. Poi smise di parlare. Non parlava più. Con nessuno. Aveva promesso di non affezionarsi più a nessun animale, ma non aveva fatto i conti con Bandito, un cavallo particolarmente difficile, che non si lascia montare nemmeno dai fantini più esperti. Ed esperti sono Onesto, Gilberto e Pierugo che cavalcano da anni e ogni estate si ritrovano al campo estivo del maneggio di Bianca.

E proprio lì era diretto quella sera il maresciallo Bonacoscia, deciso a scambiare quattro chiacchiere con Bianca per capire che idea si era fatta lei. La causa della morte è l’annegamento, avvenuto circa due giorni prima del ritrovamento, ma nei polmoni è stata ritrovata acqua dolce. Il microchip, invece, non è stato ritrovato. E il cavallo era malato. Secondo il dottor Del Carlo il cavallo era proprietà di un circo. Si era ammalato e stava morendo. Il padrone se ne deve essere accorto e, per evitare i costi dello smaltimento e i controlli l’ha portato al fiume e fatto annegare.

Non è dello stesso avviso Bianca. Secondo lei si tratta di rapimento e di scommesse clandestine. Pierugo, Gilberto e Onesto si erano acquattati sotto la finestra della sala da pranzo dove Bianca e il maresciallo avevano chiacchierato. Emma era dietro di loro. Così nascono i Fantini Detective, per risolvere il mistero di chi ha ucciso quel cavallo e scoprire che insieme si possono affrontare anche quei problemi che da soli ci sembrano così difficili e insormontabili.

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La fuga di Pat

Di Roberto Piumini, Pelledoca

Questa storia inizia in una locanda nella campagna inglese, lungo una strada secondaria, non certo una mèta frequentata da turisti. Un ragazzo di dodici-tredici anni è seduto a un tavolo da solo. Indossa occhiali scuri, nonostante il cielo grigio, una lastra compatta di nuvole, non li renda in alcun modo necessari. Sembra spaventato: lancia occhiate al piazzale davanti alla locanda dove è parcheggiata una sola e unica auto, quella di Sam, fotografo e unico altro avventore della locanda. Sam guarda il ragazzo come guarda l’obiettivo della sua macchina fotografica, attentamente e con pazienza, cercando di cogliere ogni dettaglio. Con la netta sensazione di averlo già visto da qualche parte. Intuisce che quel ragazzo sta scappando, non sa da chi o da cosa, ma non c’è tempo di scoprirlo perché nel frattempo un’altra auto è arrivata nel piazzale.

È così che inizia la fuga di Pat, giovane promessa del calcio inglese dal Centro di Fulton.

Perché sta fuggendo? Chi lo sta cercando? Come hanno fatto ad arrivare alla locanda e a rintracciarlo così velocemente? Nessun genitore organizza un inseguimento come quello. E infatti nessuno ha denunciato la scomparsa di Pat, lo sappiamo dalla telefonata di Sam al suo amico ispettore Philip Constable. Né la madre, né nessun altro, ma a inseguirlo ci sono due responsabili del centro di. Lì Pat non stava bene. Giocare a calcio era la sua più grande passione, ma la vita che faceva lì non gli piaceva. Lo aveva scritto alla madre nelle lettere che non aveva mai spedito. Per non farla preoccupare, per evitare che rescindessero il contratto e l’assegno che veniva spedito ogni mese a lei e ai suoi fratelli. Eppure Pat non stava bene. I risvegli di notte si erano fatti sempre più frequenti, il batticuore al risveglio, quel nervosismo che non lo abbandonava mai.

Scappare era diventato un bisogno, un minuto prima di farlo aveva sentito una paura improvvisa come una minaccia. Sam decide di chiamare Paul, un giornalista sportivo e suo vecchio amico, è lui che gli consiglia di rivolgersi alla dottoressa Malstone. In passato aveva indagato sul funzionamento dei centri sportivi e in particolare su quello di Fulton, ma non era uscito fuori niente. Bisognerebbe analizzare il cibo, quello che viene dato ogni giorno, per un certo periodo, senza che nessuno se ne accorga. C’è motivo di credere che ci mettano delle sostanze non consentite, per aumentare muscoli e rendimento, ma a che prezzo?

Per scoprirlo c’è un solo modo, ma per questo bisognerebbe che far tornare Pat lì dentro.

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