Lo scorso sabato 26 marzo abbiamo ospitato in libreria i lettori e le lettrici del gruppo Pepite.

Ve l’ho già raccontato perché abbiamo scelto questo nome? Cercavamo un nome che facesse capire quanto prezioso potesse essere ritrovarsi a leggere insieme e abbiamo pensato alle pepite. Perché a volte, con il passare del tempo, capita che dimentichiamo il nostro valore e quanto la nostra anima sia bella e preziosa. Ci nascondiamo sotto terra, nel buio di una grotta, ma con la remota speranza che qualcuno alla fine ci venga scoprire, alleggerire da strati di polvere e mostrare, a noi stessi e al mondo, tutto il nostro splendore. Proprio come le pepite.

Dopo aver letto Agata nel paese che non legge, abbiamo scelto Il corpo in cui sono nata, di Guadalupe Nettel, pubblicato dalla casa editrice La Nuova frontiera.

Chiara ha letto alcune del libro, abbiamo ascoltato la playlist abbinata alla storie e poi abbiamo chiacchierato brindando con lo spritz e sgranocchiando le patatine. I nostri gruppi di lettura sono così, niente di palloso e troppo concettuale. Per unirti a noi basta ti basta raggiungerci in libreria sabato 9 maggio alle ore 17:30. Nel frattempo ci trovi su Telegram a chiacchierare della lettura in corso e di altre piccole amenità.

Se non hai ascoltato la presentazione del libro e vuoi capire meglio se Il corpo in cui sono nata fa per te puoi continuare a leggere il post oppure ascoltarlo nel nuovo episodio del nostro Podcast.

Il corpo in cui sono nata non è un’autobiografia

Stamattina mentre stavo per portare il bambino al nido ho ricevuto una telefonata di mia madre. Riesce sempre a chiamare nei momenti meno opportuni.

«Sono stata sveglia tutta la notte pensando al tuo famoso romanzo. Sai che posso querelarti per danni alla mia immagine?»

Più tardi, intorno alle undici e mezzo, mio fratello Lucas, che di solito è così occupato da non rispondere quasi mai alle mie chiamate, mi ha contattato al cellulare mentre stavo innaffiando le piante moribonde del mio studio.

«La mamma mi ha detto della tua autobiografia.» Dopo una specie di risata ha aggiunto: «Non l’ha letta, ma dice che ti querelerà per diffamazione.»

«Certo che non l’ha letta! Non ho neanche cominciato a scriverla.»

«Non preoccuparti. L’ho calmata dicendole di avere pazienza e di aspettare che ne facciano un film. Non si sa mai, magari diventa ricca.»

Ho appoggiato l’innaffiatoio a terra e ho attaccato il telefono. Per la prima volta in un anno e mezzo mi sono seduta al computer e ho scritto con piacere, decisa a trasformare in realtà quel “famoso romanzo”. Lo finirò anche a costo di ritrovarmi in tribunale o chissà che altro. Sarà un racconto semplice e breve. Non dirò nulla di cui non sia convinta.

Questo libro non è autobiografia, è un romanzo, anzi, un memoir. Un’autobiografia deve rispettare gli eventi così come sono accaduti, risponde a una logica di verità dei fatti, esige un riscontro oggettivo tra realtà e scrittura. Con il memoir si scrive della propria vita.

Il memoir invece dà voce alla memoria, ai fatti così come li ricordiamo, si affida alle emozioni, non vuole un riscontro certo con ciò che è avvenuto perché ciò che conta è l’emozione che in quel ricordo e in quel brandello di memoria sono incastonati. Con il memoir ci si muove avanti e indietro nel proprio tempo interiore, si ricostruiscono fatti ed episodi non per ciò che realmente sono stati, ma per il significato che hanno avuto nella storia di chi quei fatti e quegli eventi ha vissuto.

Possiamo scrivere un memoir per fare i conti con alcuni tratti della nostra storia, per pacificarci con ciò che abbiamo perduto, per voltare finalmente pagina, per ricostruire la nostra vita, per dare valore e voce a qualcosa di originale e irripetibile, per trasformare ciò che è stato in rinnovata energia vitale.

Gualupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Considerata una delle più importanti scrittrici latinoamericane dei nostri giorni è l’autrice de La figlia unica, un romanzo sulla maternità, anzi, sulla natura permeabile della maternità, sulle ragioni della scelta di essere madre o meno in relazione all’adeguamento a aspettative famigliari e sociali. In un’intervista Guadalupe Nettel ha detto di aver iniziato a scrivere Il corpo in cui sono nata, dopo la nascita del suo primo figlio e di averlo terminato dopo la nascita del secondo e che l’esperienza della maternità ha avuto un forte impatto sul tentativo di fare un bilancio della sua infanzia.

Abbiamo scelto questo libro per continuare nel nostro impegno di uscire fuori dagli stereotipi leggendo, abbiamo scelto la sua storia per portare a galla quella matassa di ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza indissolubilmente intrisi di interpretazioni e significati che segnano ancora oggi le nostre vite, ma dei quali forse non sempre abbiamo completa consapevolezza.

Abbiamo scelto il corpo in cui sono nata perché ognuno e ognuna di noi almeno una volta ha percepito il proprio corpo in maniera estranea, non sempre la forma che avremmo desiderato per presentarci e rappresentarci al mondo. Una lotta che, soprattutto, per molte donne dura tutta la vita e spesso lascia ferite e dolori indelebili.

Abbiamo scelto la voce di una donna che decide di scrivere un memoir nella convinzione che la scrittura possa essere riparativa, che le parole abbiano il potere di aggiustare, creare, accomodare quella voce e quel ricordo di ragazza che provava una profonda insoddisfazione riguardo alla scuola e al tedio della sua vita familiare, ma che aveva la nitida sensazione che il mondo fosse più ampio e più emozionante di quanto le fosse permesso vedere dalla piccola fessura alla quale aveva accesso.

Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, sulla cornea dell’occhio destro. Sarebbe stata una cosa del tutto irrilevante se la macchia non si fosse trovata nel bel mezzo dell’iride, cioè proprio sulla pupilla, da dove la luce penetra fino al fondo del cervello. All’epoca i trapianti di cornea sui bambini appena nati non si eseguivano ancora: il neo era condannato a rimanere lì per diversi anni. L’ostruzione della pupilla favorì lo sviluppo graduale di una cataratta, così come un tunnel privo di ventilazione si riempie di muffa. L’unica consolazione che in quel momento i medici poterono dare ai miei genitori fu l’attesa. Di sicuro, quando la loro figlia avesse terminato la fase di crescita, la medicina sarebbe progredita abbastanza da poter offrire la soluzione che allora mancava. Nel frattempo ci sono gli esercizi, fastidiosissimi, per sviluppare, nei limiti del possibile, l’occhio pigro e un cerotto sull’occhio buono. Il cerotto era color carne e copriva il viso dalla parte superiore della palpebra all’inizio dello zigomo. Portare quel cerotto provocava in me una sensazione d’oppressione e di ingiustizia. Con quel cerotto dovevo andare a scuola, riconoscere la maestra i contorni del materiale scolastico, tornare a casa, mangiare e giocare una parte del pomeriggio. Credo ai aver opposto resistenza ogni giorno. Eppure, per ragioni che ancora non capisco, non ho mai tentato di levarmelo.

La scuola date le circostanze, era un luogo ancora più inospitale di quanto tendano a essere le istituzioni di questo genere. Vedevo poco, ma abbastanza da sapermi destreggiare in quel labirinto di corridoi, muri di cinta e giardini. Il problema non era lo spazio, ma gli altri bambini. Sia io che loro sapevamo di essere diversi in molte cose e ci evitavamo a vicenda.

Nella mia scuola non c’erano bambini come me, ma avevo compagni con altri tipo di anomalie. Condividevamo tutti la certezza di non essere uguali agli altri e di conoscere meglio la vita rispetto a quell’orda di ingenui che, nella loro breve esistenza, non avevano ancora affrontato nessuna disgrazia.

Ci sono persone che durante l’infanzia sono costrette a studiare uno strumento musicale o ad allenarsi per le gare di ginnastica, io venivo allenata a vedere con la medesima disciplina che prepara altri a un futuro sportivo.

Peraltro la vista non era l’unica ossessione della mia famiglia. Sembrava che i miei genitori considerassero l’infanzia come una tappa preparatoria durante la quale si devono correggere tutti i difetti di fabbrica con cui si è venuti al mondo. Mia madre affrontò come una sfida personale la correzione della mia postura alla quale si riferiva spesso con metafore animali. «Scarafaggio!» gridava ogni due o tre ore «raddrizza le spalle!», «scarafaggino, è ora di mettere l’atropina.»

Forse la conservazione della specie consiste proprio in questo, nel perpetuare sino all’ultima generazione di esseri umani le nevrosi degli antenati, le ferite che ereditiamo come un secondo corredo genetico.

Una volta smembrata la famiglia, la terra si divise in due continenti

Erano gli anni Settanta e la famiglia di Guadalupe aveva abbracciato alcune delle idee progressiste che imperavano in quel momento. I nomi dei suoi coetanei costituivano una testimonianza eloquente di quell’epoca: “Kruscevna”, “Lenin”, “Soviet Supremo”, che veniva soprannominato “il Viet” e poi altri a credenze religiose come “Uma” o “Lini”.

Per fortuna la sua famiglia non era così stravagante. Certo, aveva idee bizzarre sull’educazione, ma nulla che potesse pregiudicare irreparabilmente la crescita dei figli. Prendendo spunto dai genitori di un bambino della stessa scuola che avevano appena divorziato, al momento di andare a letto e di leggere la storia serale quotidiana, la mamma e il papà un giorno introdussero in camera un nuovo libro illustrato, che spiegava come un’unica famiglia potesse avere due case. Fu così che il padre migrò per sempre dal loro appartamento.

Una volta smembrata la famiglia, la terra si divise in due continenti. Nell’emisfero della madre lo stoicismo e l’austerità erano valori fondamentali, aveva la certezza che il denaro fosse un bene che poteva scarseggiare da un momento all’altro e, di conseguenza, una cosa alla quale bisognava stare attenti a ogni costo. Nel continente del padre accadeva l’esatto opposto. L’austerità e lo stoicismo diventavano i valori più inutili e masochisti del mondo.

Due anni dopo la separazione, la mamma fu vittima di una forte depressione che finì per coinvolgere tutti. Il suo malessere si manifestava con un pianto ricorrente che di solito scoppiava nel pomeriggio, come gli acquazzoni che investono Città del Messico durante l’estate.

Alla fine decise di esiliarsi. Il suo non fu un esilio politico, bensì amoroso. Il pretesto era frequentare un dottorato in urbanistica e pianificazione territoriale nel sud della Francia. I genitori si misero d’accordo in modo che i figli trascorressero il primo anno degli studi con il padre, in Messico, mentre la mamma avrebbe sistemato le cose per accoglierli in Francia. Tuttavia il progetto non andò mai in porto. Accadde qualcosa che impedì di realizzare i loro piani, una cosa che Guadalupe venne a sapere in modo chiaro e inequivocabile quasi un anno dopo, e che avrebbe cambiato completamente la sua vita.

Perché mia madre si buttava a capofitto in quel viaggio pur dovendoci affidare, in un disperato piano B alla nonna, quella donna anziana e conservatrice che incarnava esattamente il tipo di educazione che lei non aveva voluto darci? Perché, dopo aver sbandierato così tanto l’importanza di dire sempre la verità, nessuno ci forniva una spiegazione convincente? L’unica persona alla quale potevamo chiedere qualcosa era la nonna, e la sua risposta era criptica e sempre uguale: «Da quando in qua le anatre sparano ai fucili?» Per dire che i bambini non devono chiedere conto agli adulti.

 

I due emisferi dei miei genitori non avevano mai provocato problemi di navigazione in me e in mio fratello, mentre l’universo ottocentesco in cui ci trasportò la nonna rappresentava il territorio meno ospitale che avessi conosciuto fino a quel momento. Diverse regole, per esempio, si basavano su una presunta inferiorità delle femmine rispetto ai maschi. Secondo una sua visione delle cose, il dovere principale di una bambina – ancor prima della scuola – era aiutare nelle pulizie di casa. Inoltre, le femmine dovevano vestirsi e comportarsi “come si deve”, a differenza dei maschi che potevano fare quello che volevano. Tutto questo nel pieno degli anni Ottanta, decennio che a mia nonna non era minimamente pervenuto.

Il suo corpo le imponeva di espellere attraverso l’esercizio fisico tutta l’ira che si stava generando dentro di lei. L’ira nei confronti della madre, che senza alcuna spiegazione era sparita dalla faccia della terra, l’ira nei confronti di quell’anziana ingiusta che cercava in ogni modo di “farle abbassare le arie”, come se la sua condizione non l’avesse già fatto in maniera molto efficace prima di lei. Per questo non si univa ai giochi delle bambine in cortile, ma preferiva giocare a calcio con i bambini. Per fortuna ai maschi del suo palazzo andava bene che partecipasse alle partite, a patto che continuasse a evitare i gol della squadra avversaria: vista la sua altezza, superiore a quella di tutti loro, infatti, l’avevano messa a presidiare la difesa.

L’assenza dei miei genitori e il conflitto continuo con la nonna mi avevano trasformato in una persona differente. Non solo cambiai abbigliamento e pettinatura, ma si modificò anche l’espressione del mio volto. Il mio carattere, in balia dei cambiamenti tipici della pubertà, divenne più cupo, più taciturno. Parlavo meno. Non rivelavo quasi nulla sulla mia vita.

Mi identificavo completamente nel personaggio della Metamorfosi, che sentivo avere una storia simile alla mia. Anche io una mattina mi era svegliata con una vita diversa, un corpo diverso, senza sapere fino in fondo in che cosa mi fossi trasformata. In nessun punto della narrazione, Kafka dice chiaramente quale insetto fosse Gregor Samsa, ma io aveva capito quasi subito che si trattava di uno scarafaggio. Lui si era trasformato mentre io lo era per decreto materno, se non dalla nascita. Come lui, anche io risvegliava una certa repulsione nei miei compagni.

I bambini sono molto sensibili e riconoscevano con chiarezza l’odore di infelicità che trasudava il mio corpo.

Nell’ottobre del 1984 Guadalupe, insieme alla madre e al fratello andarono a vivere nel sud della Francia. Trascorsero quasi cinque anni ad Aix en Provence. Il loro quartiere si chiamava Les Hippocampes ed era considerato l’area più problematica della Zac (Zona di pianificazione concertata) costruita alla periferia della città.

Avevo dodici anni. Non avevo ancora assimilato fino in fondo la metamorfosi che il mio corpo aveva subito. I miei vestiti erano fuori moda, il mio taglio di capelli più simile a quello di Spike Lee che a quello di Madonna. Portavo degli occhiali con un’enorme montatura di plastica rosa, parlavo il francese con l’accento ispanico e avevo un nome impronunciabile, che ricordava vagamente quello di un’isola francese sperduta in mezzo ai Caraibi. L’effetto correttivo del cerotto aveva dato i suoi frutti soprattutto sullo strabismo. Per una decina di anni i miei occhi erano rimasti allineati. Ma quando avevo smesso di metterlo, il mio occhio malato si era abituato via via alle delizie dell’ozio e, sempre più atrofizzato, aveva cominciato ad avvicinarsi al naso con un languore esasperante. Per costringerlo al movimento mi sarei dovuta tappare l’occhio attivo e, pertanto, infliggermi di nuovo ciò che avevo tanto detestato e patito durante la prima infanzia. Dovevo scegliere tra l’immolazione disciplinata sull’altare della normalità fisica – che in ogni caso non sarebbe mai stata assoluta – e la rassegnazione. In compenso il mio occhio sinistro si affannava per raggiungere la visione più ampia possibile tutto da solo. Questa attività frenetica produceva un movimento tremolante, noto in medicina con il nome di nistagmo, che la gente interpretava come insicurezza o agitazione. Non mi si avvicinavano neppure i nerd. Ero di nuovo un’outsider, semmai avevo smesso di esserlo.

Stando a ciò che ho potuto osservare, quando un evento ci ferisce, nell’affrontarlo seguiamo due tendenze generali: la prima consiste nel ripercorrerlo all’infinito, come un video proiettato a ripetizione nel nostro schermo mentale. La seconda consiste nel distruggere il nastro e dimenticare per sempre l’evento doloroso. Alcune persone, me compresa, adottano entrambe le tecniche per rielaborare i propri ricordi.

No, non penso di serbare rancore, neanche nei confronti di mia madre, ma ammetto di provare una certa amarezza per tutto ciò che il nostro rapporto avrebbe potuto essere e non sarà mai, nonostante i momenti positivi che ogni tanto viviamo, nonostante la complicità che in molte occasioni ci unisce. Come quella di Moby Dick, anche la nostra è una storia d’amore, d’amore e di incontri mancati.

Il corpo in cui siamo nati non è lo stesso con cui lasciamo il mondo

I comportamenti acquisiti durante l’infanzia ci accompagnano per sempre, e anche se a forza di volontà li teniamo a bada, acquattati in un luogo tenebroso della memoria, quando meno ce lo aspettiamo ci saltano in faccia come gatti inferociti.

Probabilmente il presunto incanto che molta gente attribuisce all’infanzia è uno scherzo giocato dalla memoria.

Non è doloroso ricordare una situazione che per fortuna non è più tale, ma semplicemente riconoscere ciò che abbiamo provato in precedenza, ed è questa la cosa che niente, neppure un’amnesia o il migliore degli analgesici può cambiare. Il dolore rimane nella nostra coscienza come una bolla d’aria con l’interno intatto, in attesa di essere evocato o, nel migliore dei casi, tirato fuori.

Il silenzio, come il sale, è leggero solo in apparenza: in realtà, se si lascia che il tempo lo inumidisca, diventa pesante come un’incudine.

Il corpo in cui siamo nati non è lo stesso con cui lasciamo il mondo. Non mi riferisco soltanto alle cellule che mutano un’infinità di volte, ma ai suoi segni distintivi, ai tatuaggi e alle cicatrici che con la nostra personalità e le nostre convinzioni aggiungiamo via via, per tentativi, meglio che possiamo, senza guida né indicazioni.

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