Siamo alla seconda settimana del nostro viaggio a Holt. Passeggiando tra Railroad Street e la Main, abbiamo incontrato Tom Guthrie, rofessore di storia americana del liceo di Holt, padre di due ragazzi dal cuore puro, marito di una donna schiacciata dalla depressione che ha imprigionato la sua vita in una stanza buia e silenziosa. Un uomo impacciato e confuso, a prima vista, ma che ha nei propri figli come stella polare, che è stato preso a pugni dalla vita, ma che accetta un ultimo round combattendo con forza e disperazione. Qui puoi leggere o ascoltare la sua storia. 

Il prossimo personaggio è Victoria Roubideaux ha sedici anni e ha appena scoperto di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un’insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all’allevamento di mucche e giumente. A volte, proprio quando pensiamo di non avere un posto nel mondo ci accorgiamo che non è così: non è che non c’è, solo, non è dove pensavamo che fosse. 

Puoi continuare a leggere la storia di Victoria Roubideaux scorrendo il post oppure ascoltare l’episodio del podcast.

Non dirmi bugie

Ancora non era sveglia e se lo sentì arrivare nel petto e in gola. Quindi si alzò in fretta dal letto, con le mutande bianche e l’enorme maglietta bianca che indossava di notte, corse in bagno, si accovacciò sulle piastrelle del pavimento, togliendosi i lunghi capelli dalla faccia e dalla bocca con una mano e aggrappandosi con l’altra al bordo della tazza, scossa dai conati di vomito.

Victoria cosa ti succede?

Niente, mamma.

Non dirmi bugie. Hai bevuto, vero?

No.

Non dirmi bugie.

È la verità.

E allora cos’è?

La donna era magra, non arrivava ai cinquanta, aveva il volto tirato, slavato, ancora stanco benché si fosse appena svegliata, indossava una vestaglia in satin blu piena di macchie, che teneva stretta ai seni cadenti. Aveva i capelli tinti, ma non di recente; erano mogano, un colore niente affatto naturale, con le radici bianche che affioravano sulle tempie e sulla fronte.

La ragazza si avvicinò al lavandino, bagnò una salvietta e se la portò al viso. L’acqua gocciolò sul davanti della maglietta. La donna la guardò, prese le sigarette dalla tasca della vestaglia e poi un accendino, ne accese una e rimase sulla porta a fumare. Si grattò una caviglia nuda con le dita dell’altro piede.

Sai cosa penso signorina? Chiese la donna.

Penso che tu ti sia fatta mettere incinta. Penso che tu abbia un bambino in pancia e sia questo che ti fa vomitare.

Mamma.

È così, non è vero?

Mamma, basta.

Ma brava, stupida puttanella.

Non sono una puttana, non chiamarmi così.

Come vuoi che ti chiami? Quelle che fanno come te si chiamano così. Te l’avevo detto. E adesso guardati. Te l’avevo detto non è vero?

Aiutami, mamma. Ho bisogno del tuo aiuto.

Ormai è troppo tardi, disse la donna. Anche tuo padre voleva che gli reggessi la fronte. Tutte le mattine quando tornava a casa e stava male e si piangeva addosso. Non la reggerò anche a te.

Mamma, per favore.

E puoi andartene da questa casa.

Staremo a vedere

Quel giorno dopo le lezioni, lasciò l’edificio insieme agli altri studenti, scendendo i gradini esterni nel consueto rumore pomeridiano e nell’euforia della libertà ritrovata. Era di nuovo sola e prese in senso inverso la strada che aveva fatto al mattino per andare a scuola. Svoltò su Main Street, passò acanto alle case a forma di scatola e sotto le lunghe zampe del vecchio serbatoio dell’acqua, e superò qualche capannone sparso e i tre isolati del centro in cui erano concentrati i negozi dietro le loro facce posticce, a partire dalla banca con i vetri scuri e l’ufficio postale sormontato dalla bandiera.

Arrivò all’Holt Café, sull’angolo tra la Second e la Main, ed entrò nel lungo locale a pianta rettangolare. A uno dei tavoli sedevano degli anziani con il cappellino da baseball, parlavano e bevevano caffè nero in spesse tazze cilindriche, e c’era un giovane con un vestito stampato che beveva un tè in uno dei separé lungo la parete. La ragazza andò in cucina, nel retro, si tolse la giacca, la appese a un gancio dell’armadio insieme alla borsa, poi indossò un lungo grembiule sulla maglietta e la minigonna. Il cuoco, in piedi accanto al grill, la guardò, era un uomo basso e massiccio, con gli occhi semichiusi e il volto paonazzo.

Mi serve piuttosto in fretta qualcuna di quelle pentole, le disse. Lavale più svelta che puoi.

Lei iniziò subito a vuotare i due lavelli industriali grigi, tirando fuori la pila di pentole e padelle sporche posandole sui banconi. Andava ogni giorno dopo scuola e lavava le pentole usate dal cuoco del mattino e anche i piatti e le tazze e le posate e i vassoi di mezzogiorno.

Nei lavelli e sui banconi c’erano sempre alte pile di roba da lavare che la aspettavano. Lavorava tutto il pomeriggio fino alle sette, l’ora di cena, a quel punto tutto era pulito e concluso e lei si portava un piatto di cibo in sala, sedeva a un capo del bancone chiacchierando con Janine o con una delle cameriere e poi andava a casa.

Quando la ragazza lasciò il caffè, la sera non era ancora fredda. Ma si stava facendo pungente e carica di un senso di solitudine autunnale. C’era qualcosa di indefinibile sospeso nell’aria.

Si allontanò dal centro, attraversò la ferrovia e proseguì verso casa mentre diventava buio. Agli angoli delle strade, i grandi globi si erano già accesi lampeggiando, proiettando pozze di luce azzurrina sui marciapiedi e sulla strada, e sopra le porte chiuse. Victoria svoltò in una misera stradina, oltrepassò delle case basse e arrivò alla sua. Aveva un aspetto innaturalmente buio e silenzioso.

Provò ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave. Mamma? Disse. Bussò una volta. Mamma? Si alzò in punta di piedi e sbirciò all’interno attraverso la finestrella della porta. C’era una luce debole verso il retro della casa. Una sola, nuda lampadina accesa nel piccolo corridoio tra le due camere da letto. Mamma. Fammi entrare, dai. Mi senti?

Afferrò il pomello della porta, tirandolo e girandolo, e bussò alla finestrella, facendo un rumore secco sulla lastra di vetro piccola e dura, ma la porta rimase chiusa. E all’interno la fioca luce del corridoio si spese.

Mamma. Non farlo. Per favore.

Si mise a scuotere la porta. Ci appoggiò la testa. Il legno era freddo e duro, si sentiva stanca ormai, di colpo sfinita.

Una sorta di panico la stava assalendo.

Si guardò attorno. Case e alberi spogli. Si mise a fissare gli alberi silenziosi e la strada buia e le case dall’altro lato, dove le persone si muovevano nelle stanze illuminate come era normale che fosse, e sollevava lo sguardo verso gli alberi ogni volta che venivano scossi da un colpo di vento.

Rimase lì seduta, con lo sguardo fisso, senza muoversi.

Più tardi reagì.

Risalì la Main verso la Statale, la attraversò, oltrepassò Gas and Go – le pompe di benzina deserte sormontate da luci forti, all’interno l’addetto che leggeva una rivista al bancone – all’angolo svoltò e giunse alla casa in legno a tre isolati dalla scuola in cui viveva Maggie Jones.

Victoria? Sei tu?

Signora Jones, potrei parlarle? Domandò la ragazza.

Sì, certo, tesoro. C’è qualcosa che non va?

La ragazza entrò in casa. Attraversarono l’ingresso e Maggie prese un plaid dal divano e lo posò sulle spalle della ragazza. Poi, per un’ora, rimasero sedute al tavolo della cucina nel silenzio della notte, parlando e bevendo tè caldo, mentre tutto intorno a loro i vicini dormivano, respiravano e sognavano nei loro letti.

Lo sai che qui c’è anche mio padre? Non so se riuscirà a capire questa storia. È un uomo anziano. Ma qui sei la benvenuta. Staremo a vedere.

Poi, nella notte, si svegliò quando sentì qualcuno che tossiva nella stanza accanto. Si era quasi riaddormentata, quando lo sentì alzarsi dal letto e andare in bagno. Lo sentì urinare. Azionare lo scarico dell’acqua. Poi lui uscì e si fermò sulla soglia a guardarla. Un vecchio con i capelli bianchi e indosso un pigiama a righe troppo largo. Si schiarì la gola. Si grattò il fianco scarno, muovendo il pigiama. Rimase a fissarla. Poi si trascinò lungo il corridoio e tornò a letto. La ragazza ci mise un bel po’ a riprendere sonno.

Ma questi sono tempi folli.

La seconda volta che andò laggiù, accanto a lei c’era la ragazza, seduta sul sedile anteriore della macchina. La ragazza sembrava spaventata e preoccupata, come se stesse andando a confessarsi o in prigione o in qualche altro posto così spiacevole che ci sarebbe andata soltanto se costretta dalle circostanze e per nessun’altra ragione. Era domenica. Una giornata fredda e luminosa, con la neve ancora scintillante come vetro sotto il sole e il vento che soffiava come al solito, in raffiche improvvise ma regolari, tanto che quando varcarono i confini della cittadina, fuori era come il giorno prima, a parte il vento, che nella notte aveva cambiato direzione.

Non posso garantirti nulla. Non chiedermelo. Ma devi considerarla un’opportunità. Hanno telefonato ieri sera e hanno detto che ti prendono, che ci provano. Penso che andrà tutto bene. Non devi assolutamente avere paura. Sono davvero delle brave persone. Possono essere bruschi e rozzi, ma non significa niente, è solo perché sono stati troppo tempo da soli. Immagina di vivere da sola per mezzo secolo o più, come loro. Non saresti più la stessa. E allora non preoccuparti, non farti scoraggiare dai loro modi sgarbati. Sì, sono piuttosto spigolosi, certo che lo sono. Nessuno li ha ammorbiditi. Eppure là starai al sicuro. Puoi continuare a venire a scuola, fare avanti e indietro con l’autobus e finire il corso normalmente. Però devi cercare di tenere a mente com’è stata la loro vita. Entrambi i genitori sono morti in uno scontro con un camion sulla Statale quando quei due vecchi erano più giovani di te adesso. Dopo hanno smesso di andare a scuola, anche se non penso ci fossero andati un granché, prima, sono rimasti a casa e si son messi a lavorare come contadini e allevatori, ed è quasi tutto quello che conoscono e hanno potuto conoscere del mondo. Finora è stato sufficiente.

Mi sembra una follia andare a vivere laggiù con due vecchi.

È vero, disse Maggie. Ma questi sono tempi folli. Certe volte penso che non ci siano mai stati tempi più folli di questi.

La ragazza si girò per guardare il pascolo dal finestrino, oltre il canaletto di scolo e la recinzione. I fiori a spiga della saponaria si ergevano come paletti scheggiati, con i baccelli secchi e scuri stagliati contro l’erba invernale.

II fratelli McPheron la stavano aspettando. Uscirono subito di casa e accolsero le donne nella piccola veranda. Non parlarono, non mossero un dito. I vecchi però si erano vestiti per l’occasione. Indossavano nuove con i bottoni automatici rivestiti di madreperla e i pantaloni puliti della domenica. Le facce rosse erano ben rasate e i capelli grigio ferro pettinati con cura con una quantità eccessiva di lozione che li rendeva così pesanti e rigidi che neppure le raffiche di vento riuscivano a scompigliarli.

Bene, disse Harold. Mi sa che è meglio se entrate in casa. Qui fuori si gela.

In casa saltava subito agli occhi che i fratelli McPheron si erano dati da fare. Nel lavello non c’era nemmeno un piatto, la tavola era stata pulita a fondo, sulle sedie della cucina non c’erano stracci da officina e pezzi di motore come il giorno prima e il pavimento sembrava fosse stato sfregato da una donna di servizio straniera.

La ragazza uscì dalla stanza. Posso andare a prendere la mia valigia?

Raymond guardò fuori dalla finestra in direzione della macchina, dove la ragazza stava prendendo la sua roba dal bagagliaio. Non deve aver paura, disse lui. Non le faremmo del male per niente al mondo. Io lo so, disse Maggie Jones. Ma lei ancora no. Dovrete darle tempo.

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