Nel terzo episodio dedicato alla lettura condivisa della Trilogia della Pianura di Kent Haruf conosciamo Ike e Bobby, due fratelli, quasi gemelli per la poca differenza di età che li separa e che li lega l’uno all’altro in rapporto fatto di sostegno reciproco indistruttibile.

I pezzi del puzzle cominciano ad incastrarsi perché, nel primo episodio, abbiamo già conosciuto una parte della loro famiglia: Tom Guthrie, il papà, professore di storia al liceo di Holt, un uomo impacciato e confuso, a prima vista, ma che ha nei propri figli, Ike e Bobby, la propria stella polare, che è stato preso a pugni dalla vita, ma che accetta un ultimo round combattendo con forza e disperazione; ed Ella, la mamma, schiacciata dalla depressione che ha imprigionato la sua vita in una stanza buia e silenziosa. Due ragazzini che silenziosamente vedono e soffrono impotenti, ma che indossano il coraggio e come un’armatura lucente, a testa alta, come eroi consapevoli della sorte avversa mentre si avviano sul campo dell’ultima battaglia. Fragili, potrebbero impazzire tra le lacrime, commettere avventatezze, urlare al mondo il proprio dolore rivendicando le attenzioni e l’amore dovuti, ma non lo fanno. La loro compostezza e il loro autocontrollo è un urlo silenzioso, ma lacerante e straziante. 

Puoi continuare a leggere la storia di Ike e Bobby scorrendo il post oppure ascoltare l’episodio del podcast.

Mamma, stai bene?

Montarono in bicicletta, dal vialetto uscirono sulla ghiaia di Railroad Street e si diressero a est, verso la cittadina. L’aria era ancora fresca, odorava di letame di cavallo e alberi ed erbacce secche e polvere nell’aria e qualcos’altro che non avrebbero saputo definire. Sopra di loro, un paio di gazze si dondolavano schiamazzando sul ramo di un pioppo nero, poi uno degli uccelli volò via, negli alberi oltre la casa della signora Frank, e l’altro gracchiò quattro volte, rapido e stridente, prima di spiccare il volo a sua volta.

Pedalarono sullo sterrato, passando vicino alla vecchia centrale elettrica in disuso, con le alte finestre sbarrate da assi di legno, poi svoltarono sull’asfalto di Mani Street e sobbalzarono attraversando i binari della ferrovia e raggiunsero la banchina acciottolata della stazione. All’interno c’erano una sala d’aspetto buia, che odorava di polvere e di chiuso, con tre o quattro panche in legno dagli schienali alti, disposte in fila come banchi di chiesa e rivolte verso i binari, e con una biglietteria con un solo sportello dietro una grata nera. Sul lastricato accanto al muro c’era un vecchio vagone verde del latte con le ruote in ferro. Non veniva più utilizzato.

A Holt i treni fermavano solo per cinque minuti, arrivavano e ripartivano, giusto il tempo di consentire a due o tre passeggeri di salire o scendere e all’addetto al bagagliaio di scaricare il Denver News sulla banchina accanto ai binari. I giornali erano lì, legati con lo spago in un’unica pila. I due ragazzi appoggiarono le biciclette contro il vagone del latte e Ike tagliò lo spago con un coltello a serramanico. Poi si misero in ginocchio a dividere la pila in due e iniziarono ad arrotolare i giornali fermandoli con gli elastici. Ci volle circa un’ora per consegnare il Denver News.

Si divisero e ciascuno partì per il proprio giro. Tra uno e l’altro coprivano tutta la cittadina.

Poi i ragazzi si incontrarono all’angolo tra Main e Railroad e tornarono a casa pedalando lungo sterrati sconnessi.

Nel bagno al piano di sopra si inumidirono i capelli per pettinarli, si fecero un’onda e la sistemarono con le mani a coppa perché rimanesse sulla fronte. L’acqua sgocciolava sulle guance e colava dietro le orecchie. Si asciugarono, uscirono in corridoio e si fermarono esitanti davanti alla porta, finché Ike girò la maniglia e insieme entrarono nella stanza silenziosa e semibuia. Lei era sul letto degli ospiti, supina, con il braccio ancora ripiegato davanti al viso come una persona molto sofferente.

Mamma?

Sì.

Stai bene?

Potete venire qui, rispose.

La donna aveva gli occhi lucidi, come se avesse la febbre.

Siete pronti per la scuola? Disse.

Sì.

Che ore sono?

Guardarono l’orologio sulla specchiera. Le otto e un quarto, rispose Ike.

È meglio se andiate. Non fate tardi. Fece un piccolo sorriso e allungò una mano verso di loro. Prima mi date un bacio ciascuno?

Si chinarono in avanti e le diedero un bacio sulla guancia, uno dopo l’altro, un bacio frettoloso, imbarazzato, da ragazzini. La guancia era fresca e odorava di lei. I due riuscivano a stento a guardarla negli occhi. Finalmente lei lasciò le mani dei figli, che si alzarono. È meglio se andiate, disse.

Ciao, mamma, disse Ike.

Spero tu stia meglio, disse Bobby.

Uscirono dalla stanza e chiusero la porta.

Vi va?

Il sabato passavano a riscuotere. Si alzavano presto, consegnavano i giornali, tornavano a casa, andavano nella stalla a dare da mangiare ai cavalli e poi ai gatti che miagolavano furiosi e al cane, poi rientravano in casa, si lavavano nel lavello della cucina, facevano colazione con il padre e dopo uscivano di nuovo.

Cominciarono da Main Street, riscuotendo nei negozi prima che si riempissero per gli acquisti del sabato, prima che la gente della cittadina andasse in centro e i contadini e gli allevatori arrivassero dalla campagna per fare la spesa per la settimana e due chiacchiere.

Quando entrarono nel negozio, Harvey Schimdt stava tagliando i capelli a un uomo seduto sulla poltrona con un telo a righe fissato al collo.

Che cosa volete voi due? Domandò Harvey Schimdt. Ripeteva più o meno la stessa frase ogni sabato.

I soldi dei giornali, rispose Ike.

I soldi dei giornali, ripeté il barbiere. Non penso proprio che vi pagherò. Ci sono solo cattive notizie. Non vi pare?

Pagali, Harvey, disse l’uomo sulla poltrona. Puoi permetterti di fermarti un minuto.

Sto valutando se è il caso di farlo, disse Harvey.

Chi vi taglia i capelli adesso?

Come?

Ho chiesto, chi vi taglia i capelli?

La mamma.

Pensavo che vostra madre se ne fosse andata. Ho sentito che si è trasferita in quella casetta in Chicago street.

Rimasero in silenzio a fissare il pavimento e le ciocche di capelli sotto l’alta poltrona di cuoio.

Lasciali in pace, Harvey.

Non li sto mica disturbando. Ho fatto solo una domanda.

Lasciali in pace.

No, disse di nuovo Harvey ai ragazzi. Pensateci. Io compro i vostri giornali e voi vi fate tagliare i capelli da me. È così che funziona. Puntò le forbici nella loro direzione.

Sono due dollari e cinquanta centesimi, disse Ike.

Paga quei ragazzi, Harvey, disse. Stanno aspettando.

Credo che dovrò farlo. Se non li pago, rimarranno lì tutto il giorno.

Inforcarono le loro biciclette, pedalarono mezzo isolato più a sud fino a Duckwall. Parcheggiarono le biciclette, aprirono una porta arretrata rispetto alla facciata dell’edificio ed entrarono in un piccolo androne buio. Si fermarono all’ultima porta, sullo zerbino c’era ancora il Denver News del mattino.

Chi è? Dalla voce si sarebbe detto che non parlava da giorni. Stava tossendo.

La donna aprì la porta e li scrutò.

Entrate, ragazzi.

Sono due e cinquanta, signora Stearns.

Venite dentro.

Si accomodarono insieme sul sofà e la guardarono zoppicare per la stanza appoggiandosi a due bastoni in metallo. Era anziana e indossava un abito leggero da casa, a fiori, coperto da un lungo grembiule. Aveva la schiena curva e portava un apparecchio acustico, e i capelli gialli raccolti in una crocchia, le braccia nude erano piene di macchie e lentiggini e al di sopra dei gomiti c’erano pieghe di pelle cadente. Sul dorso di una mano aveva un livido viola dai contorni irregolari, simile a una voglia. Quando si fu seduta, prese una sigaretta che era già accesa, diede un tiro e sbuffò un fiotto di fumo grigio verso il soffitto. Stava fissando i due ragazzi da dietro gli occhiali. Aveva la bocca rosso vivo.

Ecco, disse. Sto aspettando.

La guardarono.

Cominciate a parlare, disse lei.

I ragazzi guardarono prima lei, poi la stanza. Ma non ha una famiglia, signora Stearns? Domandò Ike. Qualcuno che viva con lei?

No, rispose la donna. Non più.

Cosa è successo?

Se ne sono andati tutti, disse la vecchia. Oppure sono morti tutti.

I due fratelli la fissarono, aspettando che dicesse qualcos’altro. Non sapevano proprio cosa avrebbe potuto fare, come avrebbe potuto raddrizzare il corso della sua vita. Ma la donna non ne parlò più. Sembrava invece che stesse guardando alle loro spalle, oltre la finestra con le tendine che dava sul vicolo. La guardarono e rimasero in attesa. Ma lei non parlò.

Alla fine Bobby disse, Nostra madre è andata via di casa.

Lentamente lo sguardo dell’anziana smise di essere assente. Che hai detto?

È andata via poche settimane fa, disse Bobby. Parlava sottovoce. Non abita più con noi.

Ah, no?

No.

Dove vive?

Sta’ zitto, Bobby, disse Ike. Sono affari nostri.

D’accordo, disse la signora Stearns. Non lo dirò a nessuno. Del resto a chi potrei dirlo?

Studiò a lungo Bobby, poi suo fratello. Erano seduti sul divano, aspettavano che lei riprendesse a parlare.

Alla fine lei disse, mi dispiace molto. E io che me ne stavo qui a parlare di me. Dovete sentirvi molto soli.

Loro non sapevano proprio cosa dire.

Be’, insomma, disse lei. Venite a trovarmi, se volete. Vi va?

I ragazzi la guardarono dubbiosi, seduti sul divano in quella stanza silenziosa, in quell’aria che sapeva di polvere e fumo di sigarette.

Vi va? Chiese ancora.

I due ragazzi finirono per annuire.

Lui ha detto che non possiamo raccontarlo a nessuno

Erano al cinema, seduti in prima fila con gli altri ragazzi, guardavano sullo schermo due facce girate di tre quarti, con le bocche smisurate che dialogavano mentre l’auto della polizia stava portando via una terza persona, i lampeggianti rossi guizzarono sui due volti al passaggio della macchina, e sullo sfondo scorreva la campagna, una sorta di campagna onirica che un vento inesplicabile stava spazzando via. Poi la musica si fece più forte, si riaccesero le luci in sala, e i ragazzi ripercorsero insieme agli altri spettatori il corridoio tra le poltrone, attraversarono l’atrio e uscirono sul marciapiedi nella notte. Sopra i lampioni, il cielo era pieno di stelle brillanti e solide come pietre bianche disseminate in un fiume. Percorsero la strada deserta sotto gli alberi che stavano cominciando a riempirsi di foglie, sebbene di notte facesse ancora un freddo pungente, e non erano ancora arrivati all’altezza della casa della signora Lynch quando un’auto di fermò all’improvviso davanti a loro.

Le ragazzine vogliono un passaggio? Domandò il rosso che stava al volante.

Cercarono di attraversare la strada, ma l’auto riprese a muoversi con loro.

Digli che sono nella merda. Glielo daremo comunque. Diglielo.

Russ, disse la ragazza. Lasciali andare. Russ, dai, andiamocene.

Non ancora.

Si voltarono per mettersi a correre, ma il rosso li afferrò per il giaccone.

Fareste meglio a lasciarci andare. Fareste meglio a piantarla. Non vi abbiamo fatto niente.

Forse voi no, merdine. Ma qualcun altro sì.

Era passata la mezzanotte quando rimisero piede su Railroad Street e svoltarono nel familiare vialetto di ghiaia di casa loro. Non parlarono molto. Camminarono e camminarono. Un paio di volte sentirono un coyote che abbaiava e ululava, si lamentava da qualche parte in mezzo alla campagna, e sentirono anche delle vacche verso ovest, si aggiravano nell’oscurità fra le stoppie di granturco. Di fronte a loro, le luci di Holt sembravano sempre lontane e quando finalmente raggiunsero la città e ad un incrocio passarono sotto il primo dei lampioni, avevano i piedi distrutti ed erano stanchi morti.

Al loro rientro il padre non c’era. Lo chiamarono a voce alta ma non ebbero risposta. Si spaventarono di nuovo. Chiusero a chiave la porta, si liberarono dei giacconi sul pavimento dell’ingresso e cominciarono a ripulirsi nel lavandino del bagno. Si videro nello specchio dell’armadietto, avevano le facce rigate di si sporcizia e di lacrime e uno sguardo ombroso e strano. Erano chini sul lavandino quando il padre arrivò a casa.

Tom notò i loro giacconi, si precipitò al piano di sopra e li trovò in bagno, con la faccia ancora umida dopo essersela sciacquata.

Entrò nella stanza. Perché non mi avete risposto? Domandò. Dove siete stai? Quando ho visto che non tornavate a casa dopo il film, sono uscito a cercarvi.

Rimasero a guardarlo.

Non volevano dire nulla. Ma gli occhi di Bobby si erano riempiti di lacrime che gli scorrevano inarrestabili lungo le guance, cominciò a singhiozzare disperatamente, come se non riuscisse a respirare, piangeva ma non diceva una prola.

Cosa c’è che non va? Domandò Guthrie. Forza. Che c’è?

Prese una salvietta e asciugò il viso di Bobby, poi quello del fratello. È così grave? Domandò. Li condusse lungo il corridoio fino alla camera nella vecchia veranda sul retro della casa, si mise a sedere sul letto con loro e li strinse tra le braccia. Ditemi cosa c’è che non va. Cos’è successo?

Non possiamo dire niente. Lui ha detto che non possiamo raccontarlo a nessuno.

Chi ha detto che non potete raccontarlo a nessuno? Chiese Guthrie. Cos’è questa storia?

Quello grande con i capelli rossi, disse Ike. Ha detto… Non possiamo parlarne. Non capisci?

Guthrie lo guardò, gli occhi del figlio erano rossi e lucidi, ma aveva smesso di parlare. Non avrebbe detto altro. Non in quel momento.

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