Nel quarto e ultimo episodio dedicato alla lettura condivisa della Trilogia della Pianura di Kent Haruf incontriamo i McPheron. Dopo Ike e Bobby, ancora una volta due fratelli. Vecchi solitari. Vecchi scapoli decrepiti in mezzo alla campagna, a diciassette miglia dalla cittadina più vicina, che peraltro, anche una volta che ci arrivi, è un buco. Harold e Raymond McPheron sono scontrosi e ignoranti. Tristi. Indipendenti. Prigionieri delle loro abitudini. 

Accettano di prendere in casa con loro la giovane Victoria Roubideaux, diciassette anni, in cinta di quattro mesi. Come si fa a cambiare a una certa età? Come si fa a sapere che è la scelta giusta?

Non lo sanno. Come non lo sa nessuno. Ma sanno che lo faranno. 

Puoi continuare a leggere la storia di Harold e Raymond McPheron scorrendo il post oppure ascoltare l’episodio del podcast.

Questa è la vostra occasione

Maggie Jones guidò fino dai McPheron in un freddo pomeriggio di sabato. Diciassette miglia a sudest di Holt. Lungo la strada c’erano chiazze di neve nei campi incolti, cumuli e merletti induriti dal vento nei fossi. Mucche nere spelacchiate erano sparse fra le stoppie del granturco, a testa bassa e sottovento brucavano senza agitarsi. Quando svoltò nello sterrato, dal ciglio della strada si levarono in volo piccoli uccelli che il vento trascinò via. Lungo la recinzione, la neve brillava sotto il sole. I due fratelli erano sul trattore che trainava un carro da fieno vuoto, Raymond dietro, in piedi, Harold al volante del vecchio Farmall rosso stinto dal sole, con un telo imbullonato ai parafanghi per difendere dal vento il blocco motore. Erano andati a portare il mangime per il bestiame al pascolo invernale, balle di fieno e pani di semi di cotone pressati che avevano versato nelle mangiatoie.

Gelerai a stare ferma qui, disse Harold. Faresti meglio a toglierti da questo vento. Ti sei persa?

Probabilmente, disse Maggie Jones. Scoppiò a ridere. Ma volevo parlarvi.

Si avviarono verso la vecchia casa attraversando lo spiazzo ghiacciato nel vento.

Quando furono ini casa, le facce dei fratelli McPheron divennero lucide e rosse come barbabietole e la cima delle loro teste si mise a fumare nella stanza fredda. Maggie Jones si sbottonò il cappotto e si sedette. Sono venuta a chiedervi un favore, disse.

Ah sì? Disse Harold. Be’, fai bene a provarci.

Di che si tratta? Domandò Raymond.

Una ragazza che conosco ha bisogno di una mano, disse Maggie. È una brava ragazza, ma si è. Messa nei guai. Credo che potreste aiutarla. Vorrei che ci pensaste e mi faceste sapere.

Sulla stufa il caffè aveva cominciato a bollire. Raymond si alzò, tirò fuori tre tazze e lo versò, facendo sfrigolare il metallo del pentolino. Il caffè era nero e denso come catrame fumante.

Lei prese un sorso di caffè, lo assaporò, guardò di nuovo nella tazza e tornò a posarla sul tavolo. Osservò i due vecchi fratelli. Erano seduti al tavolo di fronte a lei, in attesa.

Voglio una cosa improbabile, disse lei. Ecco cosa voglio. Voglio che pensiate a prendervi in casa la ragazza. A farla vivere con voi.

I due la fissarono.

Stai scherzando, disse Harold.

No, disse Maggie. Non sto scherzando.

Restarono di stucco. La fissarono come se potesse essere pericolosa. Poi si scrutarono il palmo delle mani callose che avevano posato davanti a sé sul tavolo della cucina, infine guardarono fuori dalla finestra, verso gli olmi spogli e scheletrici.

Oh, so che sembra una pazzia, disse lei. Suppongo che lo sia. Non so. E nemmeno mi importa. Ma quella ragazza ha bisogno di qualcuno e sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ha bisogno di una casa per questi mesi. E anche voi – sorrise – dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno o qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. Questa è la vostra occasione.

Partita Maggie, i due tornarono in cucina senza dirsi una parola, finirono il caffè ancora nelle tazze, si rimisero berretti e guanti, si infilarono le soprascarpe e le allacciarono, poi scesero i gradini della veranda per tornare in cortile a lavorare, muti e storditi come se quella proposta li avesse gettati di colpo e per sempre in un silenzio sbigottito.

Più tardi però, alla fine del pomeriggio, quando il sole era ormai tramontato, il cielo si era fatto pallido e striato e le sottili ombre azzurre si erano allungate sulla neve, i fratelli parlarono.

Benissimo, disse Harold. Io un’idea ce l’ho. E tu cosa pensi che dobbiamo fare con lei?

La prendiamo, rispose Raymond.

Se tu dovessi comprare una culla, dove andresti a prenderla?

Non c’era scuola fra Natale e Capodanno. Victoria Roubideaux rimase nella vecchia casa di campagna con i fratelli McPheron e i giorni sembravano scorrere lenti. Il terreno era coperto di sottili lastre di ghiaccio sudicio, il tempo restava rigido, la temperatura era sempre sotto lo zero e la notte faceva davvero freddo.

Lei rimaneva in cucina a leggere riviste e a far da mangiare, mentre i fratelli andavano e venivano, portavano il fieno alle bestie, spaccavano il ghiaccio negli abbeveratoi, controllavano ogni giorno con grande attenzione che la gravidanza delle giovenche di due anni procedesse regolarmente, visto che i loro parti avrebbero potuto essere i più difficili, e dai campi e dai pascoli tornavano in cucina incrostati di ghiaccio e mezzi congelati, con gli occhi azzurri che lacrimavano e le guance rosse come se fossero scottate.

Una sera alla fine della settimana, tornando a casa con il furgone, Harold disse, Non ti sembra che Victoria ultimamente sia un po’ triste e abbattuta?

Sì. L’ho notato.

Non sembra abbia molti amici con cui parlare, disse Harold. Questo è sicuro.

No. Non telefona a nessuno e nessuno le telefona, disse Raymond.

Magari qualche volta dovremmo portarla al cinema in città. O qualcosa del genere.

I due fratelli guardarono pensierosi verso la casa. Era vecchia, malandata, quasi del tutto scolorita, le finestre del piano di sopra sembravano orbite vuote. Accanto alla casa, il vento impetuoso scuoteva gli olmi spogli.

Ti dico una cosa, riprese Harold. Sto cominciando ad avere un po’ più di stima per quelli che fanno figli al giorno d’oggi. Da fuori sembra più facile.

Quella sera, Harold McPheron diede un colpo di telefono a Maggie Jones. Quando Maggie sollevò il ricevitore, si sentì dire, Se tu dovessi comprare una culla, dove andresti a prenderla?

Sissignora

La mattina dopo lei si mise a raccontare. Di Dwayne, che era andato a prenderla a scuola, e lei che era salita sulla sua auto ed era partita per Denver senza neppure sapere perché, sperando che le cose andassero in un modo anche se poi erano andate in tutt’altro; e di come era stata la sua vita a Denver.

Lungo la strada, lei raccontò ciò che non aveva detto due ore prima, quando erano seduti al tavolo di cucina. Raccontò di essere stata ad una festa con lui, di essersi lasciata andare e di aver bevuto troppo.

C’è dell’altro, Victoria? Chiese Raymond. Sembra proprio di sì.

Sì, rispose lei.

Ho fumato erba.

Sarebbe a dire marijuana?

Sì, e non so cosa ho fatto poi. Il giorno dopo non ricordavo nulla e avevo graffi e lividi sul corpo e non so come me li sono fatti.

È successo altre volte?

No. Solo quella volta. Ma ho paura. Potrei aver fatto qualcosa al mio bambino.

Non penso proprio, disse Raymond. Una volta una giovenca incinta ha mandato giù chissà come un pezzo di filo metallico, e a lei e al vitellino non è successo niente.

Davvero?

Sì. Nessuno dei due ha avuto problemi.

La ragazza scrutò sotto la tesa del cappello. Stavano bene?

Sissignora.

Stavano bene davvero? È la verità?

Proprio così. Nessun problema.

Lei lo fissò per un po’ e Raymond sostenne il suo sguardo, limitandosi ad annuire una o due volte.

Grazie. Si asciugò le guance e gli occhi. Grazie di avermelo detto.

Una vitellina, se ricordo bene, disse Raymond. Bella grossa.

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