5 libri di avventura per 8-10 anni da leggere questa estate

2 Luglio 2023 | Guide ai regali

È arrivata l’estate, quell’apostrofo incredibilmente evanescente che inizia a giugno con una lista di libri tra cui scegliere quelli che, a settembre, saranno diventati soprammobili impolverati sulla scrivania. Ma. C’è un MA. Per fortuna.

Perché in estate ci si innamora di più. Sarà la voglia di divertirsi, ma la responsabilità va a farsi benedire insieme ai compiti e agli altri doveri. L’estate si legge solo per piacere. Per il piacere di innamorarsi di una storia.

Chi conosce il piacere della lettura conosce il piacere dell’esplorazione, dell’andare alla ricerca dei propri libri del cuore. Chi invece non ha familiarità con l’esperienza di lettura e non ha ancora trovato il libro per innamorarsi della lettura può provare un senso di angoscia o di spaesamento di fronte una lunga lista di libri. Tutti quei titoli uno dietro l’altro, e non si sa nemmeno di che parlano! Da dove si comincia?

Per questo abbiamo creato una Guida alle letture estive con 5 titoli per ogni genere: avventura, brividi e mistero, crescita e amicizia, fantasy. Per 8-10 anni e per 11-13 anni.

La scelta è più ampia rispetto al singolo consiglio di lettura, ma non così sconfinata rispetto a interi scaffali.

Cominciamo con i libri di avventura per 8-10 anni.
Per questa Guida alla lettura dei libri di avventura abbiamo preparato un segnalibro per lettori e lettrici avventurosi che ti regaliamo insieme all’acquisto del libro, sia in libreria, che nello shop. Puoi anche scaricarlo qui e stamparlo a casa.

In più, per ogni titolo trovi:

  • Traccia audio da ascoltare;
  • Breve descrizione della trama, dell’ambientazione e dei personaggi principali;
  • Foto dell’interno.

Cominciamo!

Naugraghi e Naufragi

Dieci storie di naviganti, soldati e aviatori raccontate da Anna Vivarelli e illustrate da Amedeo Macaluso per la casa editrice Sinnos.

Ascolta la traccia audio o continua a leggere.

“Le storie iniziano sempre con un naufragio”: pare lo abbia scritto da qualche parte Jack London, il quale, quanto ad avventure, viaggi ed esplorazioni, aveva una certa esperienza, sia nel raccontarli che nel viverli. Si può naufragare anche tra le nuvole, nelle vie di una città, in un deserto, dentro una passione amorosa: si abbandona la terraferma, si naviga in mare aperto, ci si imbatte in uno scoglio o in una tempesta, si sbarca su una spiaggia ignota, ci si perde e ci si ritrova.

Comunque vada, alla fine, non si è mai più gli stessi.

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Ciò che colpisce, soprattutto, delle avventure che hanno al centro un naufragio è la personalità dei naufraghi: mostrano una forza di volontà e una tenacia quasi sovrumane nell’affrontare imprevisti e avversità.

A volte il naufrago è un esploratore, salpato in cerca di avventure scoperte, e il naufragio è un rischio calcolato. Come Ernest Shackleton, esploratore dei ghiacci, che nel 1914 è a capo della spedizione Endurance e tenta di attraversare via terra l’Antartide. Se l’impresa dell’Endurance e di Shackleton fosse frutto dell’immaginazione dello scrittore, il racconto ci coinvolgerebbe totalmente, ma forse alla fine diremmo: c’è poca verosimiglianza, troppa avventura, e lui, Shackleton, è una figura poco credibile, quasi sovrumana. Ma è tutto vero.

Può capitare che il naufrago sia solo un viaggiatore che desiderava soltanto partire e arrivare, ma che alla deriva scopre una parte di sé fino ad allora sconosciuta.

Infine, in casi rarissimi, un grande scrittore incontra la storia vera di un naufragio, ne resta colpito, ci scorge ciò che l’uomo comune non sa vedere, e la trasfigura in un capolavoro come Moby Dick o come Robinson Crusoe. Oppure naufraga nel deserto del Sahara, e da quella esperienza tra l’ispirazione per uno dei libri più letti al mondo.

I Combinadisastri

Di Rico Hop, con le illustrazioni di Bas Shel e la traduzione di Valentina Freschi per la casa editrice Terre di Mezzo.

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Succede anche a te, a volte, di avere un prurito terribile in un punto dove non arrivi per un pelo?

O che sul rotolo di carta igienica sia rimasto solo un minuscolo foglietto proprio quando ti serve?

O che dalla doccia esca solo acqua gelida, proprio quando sotto ci sei tu?

Penserai che sono cose che capitano per caso, giusto?

Che a volte va semplicemente tutto storto.

Che la vita è così.

Sbagliato!

Certe cose non capitano per caso. Davvero. Che tu ci creda o no, dietro c’è lo zampino dei Combinadisastri.

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Ma chi sono i Combinadisastri?

I Combinadisastri sono la metafora di coloro che odiano il nemico senza ricordarsi più nemmeno perché. Odiano gli uomini. Passano la loro esistenza a progettare e mettere in atto tremende punizioni che rendano loro la vita impossibile. Perché gli umani sono dei mostri. Tutti quanti. O forse no.

Durante la sua prima missione Micro, il più piccolo, il più goffo e il più imbranato, infrange la quinta regola del manuale dei Combinadisastri e nel tentativo di cariare un dente della sua vittima, il trapano gli sfugge di mano. Eppure il maestro Solfa glielo aveva ripetuto mille volte “Mai esagerare con i disastri!”

Wes, così si chiama il suo umano, si sveglia e lo cattura. Micro pensa sia la fine, che verrà sgranocchiato come antipasto o sottoposto a indicibili sofferenze. Invece, no. Wes lo tiene al sicuro e gli regala una tavoletta di cioccolato per riprendersi dallo spavento. Wes è un umano buono. E forse non è l’unico. A farci ben attenzione può capitare di vedere un bambino per strada aiutare una vecchia signora ad attraversare. Un uomo e una donna distribuire un pasto caldo ai vagabondi. Ma ci sono anche umani terribilmente perfidi. Come chi se la prende con i più piccoli o i più deboli senza alcuna ragione, solo per causare ingiuste paure e sofferenze.

Come quel bullo che se la prende ogni giorno con Wes. Cosa combinerà la prossima volta? Gli farà un occhio nero? O magari lo rinchiuderà in un armadio? Non fare nulla significa fare finta che Wes non esista, dimenticarsi di lui. L’indifferenza alle ingiustizie è il male più grande, Micro lo sa, avrebbe tanto voluto avere qualcuno che credesse in lui anche nei momenti più duri. E pensandoci è stato proprio Wes, quello che avrebbe dovuto essere il suo peggior nemico, ad aiutarlo, senza alcun motivo, senza pretendere nulla in cambio. Per questo adesso tocca a lui, adesso è Wes ad avere bisogno di aiuto.

 

Le bambine non salgono così in alto

Di Alice Butaud, con le illustrazioni di François Ravard e la traduzione dal francese di Silvia Turato, per la casa editrice La Nuova Frontiera Junior

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Timoti ha nove anni e vive da solo con il padre. Pensa e fantastica in media il 58% del suo tempo da sveglio. Non esce spesso di casa, pochissimo dalla sua testa, e guarda l’orizzonte dalla finestra.

È timido, riflessivo, con mille paure che gli impediscono di esplorare il mondo e percorrere la sua strada là fuori. Ma là fuori, giù giù giù, ai piedi della torre, oggi c’è una bambina. Una bambina con una coda di cavallo piantata in testa che piroetta attorno al tosaerba. Deve avere più o meno la sua età. Lo sta guardando sorridente, sudata e con il moccio al naso. Lui le restituisce il sorriso, anche se gli sembra un po’ disgustosa, e soprattutto tutta tronfia di essersi arrampicata sul suo vecchio albero. Gli alberi e le persone non sono così diversi. E a nessuno verrebbe in mente di arrampicarsi su una nonna o su nonno di più di cent’anni, no?

Un incontro casuale che non è per niente casuale: Timoti e Diana sono più simili di quello che sembra. Uniti in un malessere inascoltato e incompreso, incastrati di un mondo adulto, progettato dagli adulti, a misura degli adulti. Un mondo che spesso ai bambini va decisamente stretto. Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali. Tutti, non solo gli adulti. Ma perché allora sembra che le regole siano fatte solo a misura di adulto?

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La loro avventura è un j’accuse contro il mondo degli adulti che pretendono dai bambini di stare seduti ore e ore al banco, senza muoversi, senza parlare. Che non concedono tempo, vuoto, lento, silenzioso, ma riempiono agende con attività da fare. Che non si rendono che un bambino è una persona piccola, ma non per questo ha idee piccole. Che un bambino è una persona piccola, ma solo per un po’, perché poi diventa grande, molte volte senza che nessuno se ne accorga.

Diana non vuole più sentirsi schiacciata, non ha più tempo per riflettere, né per piangersi addosso. Vuole un’estate per parlare, per fare il bagno, per giocare, per vivere un’avventura fatta di fughe in mezzo ai campi e passaggi a bordo di un’auto piena di sconosciuti, il vento nei capelli, il profumo dei fiori di campo. Non è solo lei che è andata a cercare Timoti, ma la Vita stessa in persona. Sottoforma di una stravagante bambina con la coda di cavallo, capace di arrampicarsi sugli alberi.

 

Ronja

Di Astrid Lindgren, con la traduzione di Mona Attmark Fantoni e la revisione di Isabella Fanti, per la casa editrice Mondadori.

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La notte in cui nacque Ronja uno spaventoso temporale si abbatté sulla montagna. Eh sì, c’erano lampi e tuoni dappertutto e perfino le strambe creature che vagavano nel Bosco Matteo si ripararono strisciando spaventate nelle loro tane e dentro i nascondigli. Soltanto le streghe cattive e selvagge, chiamavano la tempesta più di qualsiasi altro tempo, volavano con grida e strepiti intorno al castello dei briganti sul Monte Matteo.

Mentre Lovisa giaceva a letto, partoriva e cantava, mentre Matteo faceva del suo meglio per tenere a bada quelle arpie, nella grande sala di pietra a pianterreno i briganti se ne stavano seduti accanto al fuoco, mangiavano, bevevano e strepitavano come le strigi. Dovevano pur fare qualcosa, mentre aspettavano, e tutti e dodici aspettavano quello che stava per accadere lassù, nella stanza della torre. Perché mai, durante tutta la loro vita di briganti, era nato un bambino a Castelmatteo.

A un tratto la porta si aprì e Matteo piombò dentro di corsa, pazzo di gioia. Era diventato padre di una figlia di brigante e mentre Lovisa oltrepassava la soglia con la sua bambina tra le braccia si sentì il fragore di un tuono squarciare il silenzio. L’antichissimo Castelmatteo sul Monte Matteo si era spaccato in due. Da cima a fondo, dalla cima della torre più alta fino alla volta più bassa del sotterraneo, un fulmine aveva spaccato in due il castello aprendo un baratro nel mezzo. Ma anche quel problema fu presto risolto e la vita a Castelmatteo continuò esattamente come prima. Con la sola differenza che c’era una bambina. Una bambina piccola che faceva rimbambire ogni giorno di più Matteo e tutti i suoi briganti.

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E intanto Ronja cresceva giorno per giorno e cominciò, un po’ alla volta, a esaminare il mondo intorno a sé. Sì, finalmente, un bel giorno Matteo capì, ma non gli fece piacere, che era arrivato il momento. E così Ronja fu libera di girovagare nei boschi quanto le piaceva. Imparò a riconoscere le strigi selvagge, i griginiani, a non perdersi, a perdersi e a ritrovare il sentiero giusto, a non cadere nel fiume, a cadere nel fiume e a stare a galla nuotando. A non cadere nella Bocca dell’inferno che divideva in due Castelmatteo.

E così Ronja andò. Scoprì la bellezza di fiumi impetuosi e boschi a volte oscuri e misteriosi fatti di alberi sussurranti, a volte frementi di vita. C’era proprio da ridere, di felicità, ma Ronja imparò a stare attenta a tutto quello che era pericoloso, e si esercitò a non aver paura. Ronja sapeva di non essere l’unica bambina al mondo, anche se lo era nel Bosco Matteo e a Castelmatteo. Almeno, fino a quel momento. Perché un giorno Ronja vide, poco distante da sé, dall’altra parte dell’abisso, seduto, qualcuno all’incirca della sua età, che spenzolava tranquillamente le gambe fuori dall’orlo della bocca dell’inferno.

Birk, figlio di Borka, insieme ai suoi undici briganti, ha traslocato nella parte Nord del castello. È l’inizio di una guerra. O di un’amicizia capace di portare la pace.

La ragazza bambù

Di Edward van de Vendel, illustrato da Mattias De Leeuw, con la traduzione dal nederlandese di Laura Pignatti, per la casa editrice Sinnos.

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Questa storia ci porta in Giappone. Oi era un fazzoletto di terra dove vivevano persone buone. C’erano semplici cittadini gentili, ma c’erano anche diversi principi e un imperatore molto, molto anziano.

Tutto ha inizio in una piccola casa, nella terza stradina a destra dove un tagliatore di bambù si svegliò. Ogni mattina scherzava con la moglie, che di lavoro faceva la sarta, facendo a gara a chi avesse più rughe. Non c’è niente da ridere, diceva lei. Hai ragione, confermava lui, non c’è niente da ridere. Perché loro non avevano figli, e per non rattristarsi, ci scherzavano sopra. Un giorno, in quel punto preciso sulla terra da dove sbucava un nuovo germoglio di bambù, vide una bambina. Era alta circa undici centimetri, aveva una splendida veste azzurra e scarpette blu scuro i piedini minuscoli. Tutto e lei era vero, e tutto era minuto.

L’abbiamo accolta, diceva la sarta. C’è stata affidata, diceva il tagliatore di bambù.

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A diciotto anni era talmente bella che gli uomini del villaggio, tutti, quando pensavano una ragazza pensavano solo a lei. Spaventati dall’avanzare dell’età, i suoi genitori, avrebbero voluto che si sposasse. La ragazza acconsente, ma decide di assegnare ai pretendenti una prova, molto difficile da superare, in modo da sposare soltanto il migliore.

Principi, alti dignitari e funzionari reali, ricchi mercanti cedettero tutti a facili lusinghe, regalarono vuote promesse e acconsentirono a bugie e squallidi inganni pur di dimostrarsi all’altezza di quanto non erano. Ma alla sarta e al tagliatore di bambù, non importava quanto oro e quante pietre preziose avesse un pretendente, doveva essere soprattutto buono.

Un giorno si presentò un giovane che aveva tanto sentito parlare di Nayotake no Kaguya-hime, la Principessa splendente del flessuoso bambù. Lui era il primo a far volare in alto il cuore di lei. Ma lei si sentiva triste. Perché era impossibile.

Lei non l’aveva mai detto ai suoi genitori, che facevano tutto per lei e che erano tutto per lei. Era un segreto che non poteva raccontare che non avrebbe raccontato, mai, mai e poi mai: lei era una ragazza che non si poteva sposare.

Una fiaba delicata e potente sull’amore: quello per una figlia, quello per un padre e una madre, quello che ti mette le ali e al tempo stesso ti inchioda al suolo. Quello che ti fa pronunciare parole forti, affidabili, sincere, vere. Quello che unisce anche mondi diversi in una lingua universale, in una parola che significa libertà e che in giapponese si chiama Jiyu.

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