5 libri di avventura per 11-13 anni da leggere questa estate

9 Luglio 2023 | Guide ai regali

Per 50 anni, generazioni di ragazzi e ragazze sono cresciuti con le avventure di Sandokan e dei suoi corsari neri e rossi, hanno sognato di diventare viaggiatori seguendo le orme di Phileas Fogg intorno al mondo o del Capitano Nemo verso il centro della Terra.

Sono libri che i nostri genitori hanno letto e amato e che per loro rappresentano una ricchezza incalcolabile: sono i libri che li hanno fatti innamorare della lettura. 

Ma i giovani lettori e lettrici di oggi (molto spesso) non li amano. Sono abituati a un ritmo narrativo completamente diverso, molto spesso non hanno la struttura culturale per comprendere il contesto, le metafore, le intenzioni degli autori.

Insistere comporta il rischio che i ragazzi finiscano per non affezionarsi alla lettura e per non leggere i classici (capisaldi della letteratura) nemmeno quando saranno grandi: e questo è davvero un peccato.

L’offerta letteraria per ragazzi al giorno d’oggi è ampia e di grande qualità, senza niente da invidiare a quella che l’ha preceduta. 

Per aiutarti ad orientarti nel panorama della letteratura per ragazzi contemporanea abbiamo creato una Guida alle letture estive con 5 titoli per ogni genere: avventura, brividi e mistero, crescita e amicizia, fantasy. Per 8-10 anni e per 11-13 anni.

La scelta è più ampia rispetto al singolo consiglio di lettura, ma non così sconfinata rispetto a interi scaffali.

Qui ti presentiamo 5 libri di avventura per 11-13 anni da leggere questa estate. Se invece cerchi titoli di avventura per 8-10 anni li trovi qui.
Per questa Guida alla lettura dei libri di avventura abbiamo preparato un segnalibro per lettori e lettrici avventurosi che ti regaliamo insieme all’acquisto del libro, sia in libreria, che nello shop. Puoi anche scaricarlo qui e stamparlo a casa.

In più, per ogni titolo trovi:

  • Traccia audio da ascoltare;
  • Breve descrizione della trama, dell’ambientazione e dei personaggi principali;
  • Foto dell’interno.

Cominciamo!

Un’estate in rifugio

Di Sofia Gallo, pubblicato per Salani editore sotto l’egida del Club Alpino Italiano.

Ascolta la traccia audio o continua a leggere.

 

Successe tutto molto in fretta. Quando io e Luca eravamo agli sgoccioli dell’anno scolastico. Una sera papà ci invitò in pizzeria, solo noi tre.

Capitava di rado di uscire a cena, per di più senza la mamma. E così a un tavolo della pizzeria Da Mario, all’angolo della via dove abitiamo, davanti a me e a Luca pieni di sonno, disse solennemente che si era licenziato dalla banca, un lavoro che gli stava stretto, che lo mortificava, lo faceva uscire pazzo. Tutte espressioni sue per motivare ai nostri occhi quella scelta: ragionata, sensata, necessaria. Lasciava la banca per fare che cosa? La risposta arrivò pronta. E corrispondeva a ciò che pensavo.

Papà aveva deciso di trasformare la sua passione per la montagna in una concezione di vita e di lavoro e per cominciare aveva affittato un rifugio del CAI per gestirlo tutta l’estate, dal 15 giugno al 15 settembre. Sulla catena del Bianco. Invece che lanciare grida di entusiasmo, restammo zitti. Io continuavo a rimuginare. C’era da aspettarselo, mi dicevo. Fin da piccoli papà ci aveva portato su e giù per sentieri, creste e pietraie, prima seduti nello zaino con la testa che ciondolava, poi con le nostre gambe e infine legati a chiodi e moschettoni… Dunque perché stupirsi?

Strinsi i denti e presi a dondolarmi sulla sedia. Guardavo altrove, rabbioso. Con le lacrime in agguato. Papà allungò un braccio sul tavolo fino a prendermi una mano. «Saliremo al rifugio insieme» mi disse con aria complice «come finisci la scuola, e passeremo, io e te un’estate meravigliosa. Che ne dici?». Come potevo sentirmi in quel momento? In partenza per il mio esilio estivo con un sogno infranto.

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Sii forte e paziente come un vero montanaro.

Leggere un libro è quasi come salire una montagna. Pagina dopo pagina, passo dopo passo, si compie un percorso che ti promette avventure, emozioni e conoscenze, e più ti addentri nella storia più ne vieni coinvolto e non vedi l’ora di scoprire cosa c’è in fondo. La parola “fine” è come la vetta al termine del percorso: quando chiudi la copertina del libro che hai letto, in quel momento, senti una sensazione di appagamento e capisci che ti sei arricchito di emozioni e di sapere.

Pietre e sassi, neve e ghiaccio, erba e acqua, aria e luce. Il rifugio è un essere fatto della materia che gli sta intorno, silenziosa e viva e altrettanto magica. Qui la vita è dura e ti devi beccare quello che ti tocca. Insieme a Giorgio, nel rifugio ci sono Pierre e Tino, gemelli, figli della cuoca Adele. Giorgio e Tino stabiliscono un’intesa eccezionale che li porta ad avere giornate occupatissime: sbrigano le mansioni affidate in rifugio, servire le colazioni, pulire i corridoi delle camerate, ripiegare le coperte, lavarsi la biancheria e stenderla al sole, scopare i terrazzini fuori, portare le cassette di bottiglie vuote nel retro, impilarle pronte a essere caricate dall’elicottero… Poi, subito dopo pranzo, calzano scarponcini e zaini e partono a caccia di pietre e di posti segreti dove accumularle, in attesa di impiegarle per il nobile scopo che Tino continua a tenere segreto. Passo dopo passo, pagina dopo pagina, i misteri iniziano a svelarsi.

Le luci, gli odori, le mani ruvide, la cuccetta con le coperte buttate all’aria, le pietre, le gite.I ricordi e i pensieri dei passi sul ghiacciaio, dei tuffi nel lago, dei capelli mossi dalla brezza di montagna, il desiderio di diventare grande.

 

La più grande

Di Davide Morosinotto per Mondadori, un’avventura mozzafiato ispirata alla storia vera della piratessa cinese Ching Shih.

Ascolta la traccia audio o continua a leggere.

Le prime cinque pagine di questo libro contengono i personaggi della storia: 71, da Abbondanza, il miglior cuoco che sia mai diventato pirata, a Zhang, funzionario di Canton.

Ma la vera protagonista è Shi Yu, la serva di una locanda destinata a diventare la più grande piratessa di tutti i tempi. Altre sei sono dedicate al glossario e alle unità di misura e di tempo.

La storia inizia così “Colei che un giorno sarebbe diventata La Più Grande inciampò in uno sgabello lasciato in mezzo”.

Shi Yu ha sei anni, i suoi genitori l’hanno abbandonata e fa la serva nella locanda di Bai Bai, una bettola frequentata da brutti ceffi, quel tipo di persone, per capirci, che nascondono sempre un coltello sotto la tunica e considerano una rissa un “gradevole passatempo”. Dal mattino fino a notte fonda Yu è sempre al lavoro per servire i tavoli, aiutare in cucina e, nelle ore tranquille, fare le pulizie. È lì che è una sera conosce Li Wei, con un movimento estremamente rapido riesce ad evitare che una ciotola caduta dal vassoio si infranga in terra. Suo nonno, Peng, era un vecchio maestro di arti marziali e gli aveva insegnato un po’ della sua tecnica, ora è Yu a voler imparare. Stanca di essere debole, vuole diventare veloce, forte, furba, come una vera guerriera.

Ha nove anni quando incontra i pirati. Yu è cresciuta, giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento diventando una brava cameriera e anche una buona cuoca, ma non ha ancora un posto dove andare, quindi vive e lavora ancora alla locanda di Bai Bai, anche se le cose hanno iniziato a cambiare. La velocità dei suoi movimenti, la sua forza e la sua tecnica di combattimento le hanno dato il coraggio di ribellarsi e Bai Bai non la picchia più. L’incontro con i pirati arriva all’improvviso, proprio mentre le guardie stanno decidendo come giustiziarli, il comandante pirata Cavaliere del Fiume e Bufalo Tatuato, il suo braccio destro, un guerriero dalla forza formidabile, in un fragore infernale di scoppi e grida, riescono a scappare. Fieri. Forti. E liberi.

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Quei pirati non avevano niente a che vedere con quei tipi loschi, quei furfanti dall’aria così selvaggia che si presentarono a tarda sera alla locanda. Erano delle belve, ricchi sfondati ed armati fino ai denti. Quando fecero irruzione le guardie dell’imperatore sfoderarono pugnali, spade, forconi, bastoni ferrati e con feroci grida di guerra si batterono contro il nemico. Yu era sbigottita: quel modo di combattere non aveva niente in comune con gli esercizi che aveva imparato. Era crudele, violento e terribile.

Ma è così che vanno le cose, a volte. Il futuro non si può prevedere. E il destino non ama essere controllato.

Fu così che Tigre Scarlatta caricò Yu di traverso sulla sua spalla, come fosse un vecchio tappeto, per poi, con quattro salti raggiungere il buco del muro e fuggire insieme ai suoi compari nella notte, di nuovo scura e silenziosa, della città di Canton.

Rapita. Nel giro di una notte e di un giorno, Shi Yu la serva di Bai Bai aveva smesso di esistere. Al suo posto, a bordo della Morte Rossa, c’era un’apprendista pirata.

Ha sedici anni quando salva la vita del comandante Drago d’Oro e secondo la legge pirata le spetta una ricompensa. Lei ha chiesto di ricevere una nave e un equipaggio. Vuole diventare una comandante pirata.

Ragazzina romantica e generale, Yu è entrambe le cose. Sposa Tigre blu e il loro amore brucia nella notte in un incendio di luce. Al mattino dopo affronta l’imboscata della flotta di Osso Spezzato, senza il tempo per discutere una strategia, combatte una guerra e la vince. Raduna la flotta, la rafforza e la compatta, pronta a conquistare il Mar della Cina. Uno a uno i pirati si inginocchiano e si prostrano di fronte a lei. Lei, Yu, ferma al suo posto, lascia che lo sguardo si posi su quell’oceano di schiene piegate. Solo allora capisce l’immensità di quel che ha fatto. E capisce anche che da quel momento in poi tutto sarebbe cambiato.

 

Vento del Nord

Di Gary Paulsen, pubblicato per Il Battello a Vapore con la traduzione di Maurizio Bartocci

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E fu così che nacque da una donna del mare.

La madre, di cui nessuno ricordava il nome, morì mettendolo al mondo. Il padre, di cui nessuno ricordava il nome, aveva conquistato il Valhalla battendosi con una balena.

In assenza di parenti prossimi il bambino nacque orfano. Solo.

Un ragazzino del porto, un ragazzino del molo, allattato con stracci intrisi di latte acido di capra e olio di pesce. Nutrito con gli avanzi masticati ammorbiditi da altri, vestito di stracci e di grezze scarpe di legno. Sempre mezzo nudo. Era lui quel bambino. Lo chiamavano topo di porto, ma poi gli misero nome Leif, perché nessuno in quel porto aveva quel nome. E quando ebbe l’età per camminare lo fecero imbarcare. Sballottato per tutta l’infanzia da una nave all’altra, a un’altra e un’altra ancora. Non era più Leif topo di porto, ma Leif topo di nave.

Attraverso un oceano, e un altro ancora, e poi a Nord, in cerca non di balene ma di foche, per la carne grassa e la pelliccia. Sempre a caccia di pellicce. Sempre a Nord, dove la pelliccia di foca era più folta e teneva più caldo. Il bambino visse inverni con il mare gelido che ribolliva gonfio di rabbia. Finché a nord ci arrivarono, in quella nave, però per fare rotta a est per stretti giganteschi e un paesaggio dalla natura lussureggiante, e fu allestito un campo di pesca isolato, dove un fiumiciattolo sfociava nel mare. Nel punto in cui fecero sbarcare Leif. Con altri quattro vecchi stremati e uno schiavetto venduto da una baleniera in cambio di un rotolo di tela da vele. Carl il piccolo era il suo nome.

In quel campo dovevano pescare salmoni alla foce del fiume e affumicarne la carne mentre la nave ripartiva verso Nord in cerca di foche lontano dalla grande isola. Attesero per giorni e giorni, ma la nave non tornava a riprenderli. Non sarebbe più tornata. Poiché quella era una brutta costa con terribili e violente maree e venti imprevedibili e promontori di scogli con la morte sempre in agguato, e loro lo sapevano, e perciò sapevano anche che nessuna nave sarebbe tornata a prenderli, e che la nave e la ciurma erano andati nel Valhalla. E loro erano rimasti soli. E avrebbero dovuto andarsene di lì per mare.

E ce l’avrebbero fatta.

Potevano farcela.

Ma la morte li trovò prima.

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“Si dice che una buona storia è l’opposto di una buona vita”, così inizia la prefazione di Vento del Nord, scritta da Davide Morosinotto: tutto ciò che non vorremmo mai vivere sulla nostra pelle ci affascina irresistibilmente se succede a qualcun altro tra le pagine di un libro. E dunque, ecco che questo romanzo comincia con una disgrazia di quelle che non vorresti mai capitasse a te. In un piccolo villaggio di pescatori, in un’epoca lontana che potrebbe essere l’altro ieri, in un posto lontano che potrebbe essere in fondo abbastanza vicino, si scatena una malattia senza nome e i pescatori iniziano a morire. Gli uomini senza ombra hanno contaminato l’aria. L’unica speranza di salvezza è dirigersi a Nord, dove l’aria è pulita e i canali così stretti da impedire alle navi della morte di transitare. Andare a Nord, senza fermarsi e senza mai fare ritorno: Leif deve mangiare, deve dormire, deve ripararsi dal freddo, proteggersi dagli orsi, tutto da solo. Inutile cercare di lottare con le forze della natura, contro gli spiriti: Leif capisci che deve unirsi alla natura e farne parte. Vedere, imparare, conoscere. I battiti del cuore che diventano i battiti del mare.

Una storia epica e mistica, che affonda le sue radici nella mitologia norrenica, nell’insieme di quelle storie tramandate oralmente che raccolgono la tradizione dei popoli germanici della Scandinavia. Un racconto intimo del rapporto con la natura in mezzo a paesaggi fatti di alberi fitti fitti, dalle fronde brulicanti di ghiandaie, corvi e cornacchie. Il canto dello spirito-lotta. Il canto del Sapersi rialzare. La danza delle orche, quella selvaggia delle aquile in picchiata sul banco di salmoni, vicinissime al pelo dell’acqua, più simile a una baraonda. Quella delle fiamme che schioccano tra la legna, del fumo che si sprigiona dalle foglie secche. Tra i ghiacci, il mare scuro, le isole e le insenature della costa, immerso nei pensieri, gli occhi pieni di incanto e di meraviglia.

Forse una vita felice e contenta non è tutto, perché non ci insegnerebbe niente, non ci permetterebbe di migliorare. Invece, vale sempre la pena di mettersi in viaggio, combattere, sperimentare, imparare. Soffrire, anche. Incidere nella memoria quei momenti perfetti che vorremmo far durare più a lungo possibile.

E arrivare a scoprire, forse, un giorno, che cosa si nasconde davvero a Nord.

 

Il Club della Via Lattea

Di Bart Moeyaert, pubblicato per Sinnos con la traduzione di Laura Pignatti

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Mio fratello usava ogni due per tre la parola uffi. Non riusciva proprio a farne a meno e intanto con il piede colpiva quello di Emma. Lei faceva finta di niente. Per prima cosa, perché aveva avuto l’idea geniale di portarsi dietro un libro, un libro grosso. E seconda cosa, perché non era così facile farla arrabbiare, nemmeno dandole calci sempre più forti, come stava facendo Max. Fui io a reagire al suo posto: «Dai Max, piantala». Lui la piantò, tirò un grosso sospiro e ripeté ancora la parola: «Uffi, uffi, uffi».

«Facciamo che questo è il nostro club?» propose a un tratto Max. Finalmente Emma staccò lo sguardo dal libro.

«Il nostro club?», ripeté, e poi alzò gli occhi al cielo. Max ripeté la sua grande idea: che noi tre insieme formavamo un club, ma che la nostra clubhouse ce la dovevamo immaginare con la fantasia. Emma e io ci guardammo intorno. Cercammo di immaginarci una casa intera. Non era facile. Non c’erano muri ai quali appendere poster, non c’era un bersaglio per le freccette, non c’era un tavolo e non c’erano sedie. Niente frigo con le bibite, niente gatto, niente stemma, niente nome, niente radio. Niente di niente, insomma, non avevamo nemmeno una nostra canzone, o l’inno del club, da poter cantare.

«Bene», dissi io.

«Forte», disse Emma, di nuovo con il naso nel libro.

«Ehi!», disse Max incredulo, mettendosi una mano sul petto. «E poi sarebbe colpa mia, se ci annoiamo?».

«Be’, tu sei il più vecchio», gli feci notare. «Sei tu, che decidi cosa fare».

«Pretendete che vi intrattenga, magari?», ci chiese.

«Noi non pretendiamo niente», gli dissi. «Ma se, diciamo, decidi di costruire una clubhouse, allora devi badare anche che lì dentro succeda qualcosa».

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L’estate in città è fatta di lunghe giornate e spazi vuoti, di silenzi, di ronzii e attese. Nella Via Lattea non succede mai nulla, eccetto il passaggio, ogni giorno, alla stessa ora, della vecchia Nancy Sinatra e del suo cane, il Dottor Jekill. Nancy si fermava sempre nella piazzetta davanti alla chiesa, a guardare Jekill che faceva il giro intorno all’aiuola e qualche passo stentato nell’erba, dopodiché tornavano indietro insieme. Ogni giorno sembra che i due facciano sempre più fatica a muovere un passo dopo l’altro. È a quel punto che Max ha l’idea della scommessa: chi è che muore prima? Nancy o il cane? Chi vince può decidere per un giorno cosa fare, sarà il capo per un giorno intero.

L’indomani però Jekill e Nancy non si vedono. Poteva essere solo un caso. Potevano essere partiti per una vacanza. Nancy era malata e non poteva portare fuori Jekill. Jekill era malato e non c’era bisogno di portarlo fuori. Avevano cambiato orario. Avevano cambiato strada. Non sapevano più come fare per arrivare nella Via Lattea. Avevano cambiato casa. Jekill aveva trovato un’altra aiuola intorno alla quale girare. O forse sono morti tutti e due. Cominciarono a domandare ad un passante, poi a un altro, e un altro ancora. Ma nessuno conosceva una vecchia signora con un cane. Un vero mistero.

Il giorno dopo la scoperta: al cimitero erano state scavate due tombe. La ricerca delle prove porta Max, Emma e Oscar a vivere esperienze che li fanno diventare grandi: l’offesa e il perdono per delle brutte parole, il dolore per la perdita di una persona cara, la sofferenza per chi ogni giorno deve fare i conti con la mancata accettazione della propria diversità, la rabbia di fronte alle ingiustizie, il primo amore, un litigio finito a pugni.

La vita che scorre e che aspetta solo di essere presa per mano, la morte che passa di fianco come compagna di viaggio, le piccole cose che diventano ossessioni (la loro scommessa può davvero aver ucciso Nancy Sinatra?) l’estate che scorre e la paura di lasciarsi sopraffare dalla “stanchitudine”. Sì, la stanchitudine, non so come la chiami tu, ma so che la conosci: è quel un mix di sonnolenza, torpore, noia e svogliatezza, che ci impedisce tutto quello che si muove e che rischiamo di perdere.

 

La notte delle Malombre

di Manlio Castagna pubblicato per Mondadori, ispirato alla storia del treno merci 8017 il più grande disastro ferroviario italiano della storia e tra i primi al mondo per numero di persone che vi hanno perso la vita.

Ascolta la traccia audio o continua a leggere.

«Quando hai fretta, fermati», gli ha detto una volta un suo compagno d’armi. E lui si ferma, adesso, ma non si allontana dai binari. Ha percorso l’Italia senza mai deragliare, seguendo la ferrovia e sette semplici regole che si è dato.

Uno: niente strade o paesi.

Due: farsi vedere da meno gente possibile.

Tre: andare di stazione in stazione.

Quattro: non parlare con nessuno, se non è strettamente necessario.

Cinque: liberarsi di tutto (tranne torcia e borraccia).

Sei: cambiare nome ogni volta che qualcuno gli chiede come si chiama.

Sette: sgombrare la testa dai pensieri per farci stare solo un unico grande desiderio, quello di tornare a casa, a Potenza, la città da cui ha voluto sempre fuggire e ora è l’unico posto in cui vorrebbe essere.

Nino Cortese è stremato quando arriva alla stazione di Balvano. L’ultimo chilometro l’ha percorso tenendosi al centro dei binari. Più volte è incespicato sulle traverse in legno a cui sono fissate le rotaie. Un orologio incastonato nella facciata di calce segna qualche minuto dopo l’una. Il disertore si guarda intorno per vedere se c’è qualcuno. I suoni sono soffocati da spesse bave di silenzio. È tutto immobile, come in una stazione fantasma. L’ultimo convoglio deve essere passato molto tempo prima.

Beve dalla fontanella. Riempie la borraccia. Prima di partire era un diciottenne pieno di vita e di parole. Ora ha vent’anni, anche se le sue ossa ne dichiarano il triplo. Si sente intasato di sassi, dentro al silenzio dei cimiteri. Il suo cuore è rimpicciolito come una carta appallottolata. Cammina per un’altra ora. L’inverno gli si insinua nelle ossa e scava fino a farsi posto, irradiandosi poi a tutta la carne. Ma è nulla in confronto al gelo che gli pietrifica le vene quando esce dall’ennesimo tunnel e si imbatte in un’immagine imprevista.

C’è un treno fermo sul ponte che conduce alla galleria successiva, la numero 20 partendo da Battipaglia. Quello fermo è un convoglio merci. È strano, è tremendamente strano che sia fermo lì, con solo due o tre vagoni fuori e il resto conficcato nel foro della montagna. Un presentimento cupo gli avvinghia il petto. Gli sembra di intravedere qualcosa contro l’imbocco.

Forse un masso. Troppo grosso.

L’aria gli porta solo il cupo scrosciare del fiume di sotto e la litania metallica del treno fermo nel traforo. Il soldato avanza di qualche passo, reso più pesante dall’angoscia che gli è piombata sulle spalle. Inciampa sulla massicciata dei binari. Cade a terra, e si sbuccia le mani, portate in avanti per proteggere il volto. Ha incespicato in qualcosa.

Pensa un animale.

Non è un animale.

Pensa un grosso sacco gettato via.

Non è un sacco.

Si avvicina e si allontana dalla cosa immobile tra le pietre.

A terra c’è il corpo di un uomo. La tensione si trasforma in terrore.

Che ci fa un cadavere qua in mezzo ai binari?

Un soldato quello disteso a terra. Porta un’uniforme, proprio come quella che indossava lui prima di barattarla con un po’ di cibo. Nino sposta il raggio della torcia più avanti. E pesca dall’oscurità un secondo corpo. Poco distante. Riverso a faccia in giù. Un altro soldato. Fissa la coda del treno per raccogliere altri indizi, tutti i sensi in allerta. Poi sente rumore di fronte a lui. Da dietro l’ultimo vagone esce una sagoma scura. È una figura umana. Viva. Mentre Nino le punta addosso la torcia, dice «Sono tutti morti là dentro».

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Metti una scopa davanti alla porta della tua stanza. Le Malombre amano intrecciarne diligentemente i fili fino all’alba e a quel punto la luce le costringe a ritirarsi. Tieni anche un paio di forbici sul comodino. Vedrai che così non ti impensieriranno più.

La notte del 3 marzo del 1944 In provincia di Potenza, a Balvano, partiva un treno: l’8017. Il convoglio rimase bloccato in una galleria e più di 500 anime morirono asfissiate, intossicate, avvelenate dal monossido di carbonio provocato dalle ciminiere del treno. Una sfilata di corpi senza vita di chi per sopravvivere ha preso un treno che l’ha condotto a una destinazione senza ritorno ed è è stata sepolta senza nome, perduta per sempre.

Colpa del freddo, della neve, della pendenza e delle dimensioni della galleria “delle armi”. O, forse, delle malombre, presenze oscure che secondo le credenze popolari annunciano la morte.

Il treno 8017 era un convoglio merci. Tutti i suoi passeggeri, escludendo gli addetti ai lavori, erano saliti da clandestini. La fame li aveva costretti a tentare il tutto per tutto in un viaggio verso la speranza di poter trovare cibo in Basilicata.

Rocco conosce il viaggio e sa che è pericoloso.

Brando ha qualcosa di molto prezioso da proteggere e quel viaggio rappresenta la sua speranza.

Nora, nonostante i brutti presentimenti, parte con i suoi genitori alla ricerca di suo fratello.

Una storia figlia della nostra storia, del nostro meridione, carico di fascino e di vita, in un tempo flagellato dalla guerra e dalla povertà, che si mescola al romanzo e a un pizzico di sovrannaturale.

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