Nuovi modelli femminili oltre la soglia

7 Marzo 2026 | Ti racconto una storia

I libri di questo articolo

Seconda settimana di Lotto ogni giorno 2026, l’appuntamento con consigli di lettura, riflessioni e approfondimenti da mettere in pratica a casa o in classe per impegnarci a costruire insieme una società più giusta e libera per tutti e tutte non solo l’8 marzo.

Abbiamo scoperto come l’obbligo di istruzione rappresenti una pietra miliare: nel momento in cui vanno a scuola le bambine non imparano solo a leggere e scrivere, ma rivendicano il loro diritto di esistere al di là di ogni figura maschile di riferimento, avviando la costruzione di nuovi modelli femminili che si riflettono anche nella produzione letteraria di alcune scrittrici dell’epoca.

Ed è proprio tra il XIX e il XX secolo che si assiste ad un aumento e ad una trasformazione delle proposte editoriali per l’infanzia che riflette sulla tradizione ed i cambiamenti nella formazione scolastica e nei rapporti e nelle dinamiche familiari.

 

 

Storie di bambine per le bambine

La donna sposata, per quanto soggetta all’autorità e alla volontà del marito, con il passare del tempo assume una forte autonomia all’interno delle mura domestiche: gestisce la casa, anche economicamente, è a capo della servitù, si occupa della cura e dell’educazione dei figli. Insomma, mentre la vita degli uomini si proietta nella società, fuori, nella sfera pubblica, quella donna, si raggomitola nella casa, confinata, nella sfera privata.

E proprio in questo periodo ci sono state autrici che presero la decisione di scrivere di bambine alle bambine proponendo modelli positivi ed autentici. Basta bambine e ragazze votate alle lacrime e agli svenimenti, sono bambine e ragazze che vogliono sorridere e avere le guance rosse dopo una corsa all’aperto.

Le stesse autrici di questa generazione combattono per affermare il desiderio di fare della scrittura una professione dignitosa e redditizia.

 

Le sorelle March

C’è molto di Louisa May Alcott in Piccole Donne. Louisa nasce nel 1832 a Germantown, in Pennsylvania, secondogenita di un insegnante e fondatore di una comunità educativa chiamata Fruitlands, in cui tutti lavoravano vivendo dei frutti della terra. Un progetto visionario ed utopistico ispirato a principi egualitari che si scontra con le differenze culturali e razziali dell’epoca. Alcott mette insieme, nelle proprie classi, bambini bianchi e neri, tiene lezioni di educazione sessuale, dà asilo a due schiavi neri durante la guerra di secessione. Tutto questo gli costa la radiazione dall’insegnamento e fa perdere reputazione alla sua famiglia.

Louisa allora iniziò a scrivere per guadagnare qualche soldo. Sin dall’età di sedici anni scrive sull’Atlantic Monthly, una delle riviste più importanti dell’epoca e nel 1863 pubblica il suo primo libro, Hospital Sketches, ispirato alle esperienze di infermiera compiute durante la guerra civile. Poco dopo accetta l’invito di un’anziana zia e viaggia attraverso l’Europa. Al ritorno, il suo editore, Thoma Niles, la convince a scrivere qualcosa di popolare e leggero: le opere precedenti erano troppo impegnate per il grande pubblico. Louisa attinge così ai ricordi della sua famiglia: sua sorella Ann era rimasta vedova e May doveva completare gli studi; Beth invece era morta per i postumi della scarlattina. Vi ricorda qualcosa? Sì, sono proprio le Piccole Donne.

Per l’epoca in cui uscì, Piccole donne di Louisa May Alcott era veramente una bomba. Finalmente un romanzo in cui le protagoniste, tutte ragazze, lavoravano ma non ne morivano, erano allegre, operose, non fissate con il matrimonio, e non così aderenti agli standard di femminilità correnti. Una lettura molto all’avanguardia per le ragazze dell’800, che in generale dalla vita potevano aspettarsi solo due cose: fare le mogli, o fare le zitelle.

Piccole Donne ha insegnato alle proprie lettrici (ma anche ai lettori) il coraggio di essere sé stessi, pur rimanendo in un contesto socio-culturale agli albori -o quasi- del femminismo. E il femminismo non insegna cosa essere o diventare, bensì la libertà di essere o diventare ciò che si desidera.

 

La Piccola principessa

Nel romanzo La piccola principessa, la scrittrice Francis Hodgson Barnett, racconta la storia di Sara, un’orfana senza protezione che può contare solo sulla sua mente originale. Proprio grazie alla sua capacità immaginativa, alla sua voglia di leggere e conoscere, al suo persistente make believe, Sara Crew riesce a salvarsi.

Senza più una famiglia intorno, costruisce nuovi legami, per scelta e non per sangue. Storyteller per antonomasia, Sara, chiusa nella sua soffitta, riesce a trovare al chiave per aprire le porte della fantasia, non solo attraverso la lettura, ma soprattutto attraverso il racconto.

Attraverso questo romanzo Burnett afferma la centralità del ruolo della bambina, della giovane donna, alle prese con un mondo che vorrebbe ancora tenerla schiacciata e soggiogata nei ruoli imposti dal sistema sociale e familiare patriarcale, ma che anche grazie al potere terapeutico dell’evasione letteraria, può far saltare il banco giocando le proprie carte.

 

Wendy

Il collegamento tra la sfera domestica e la soglia dei possibili cambiamenti familiari che attraversano la società, sono incarnati da Wendy, protagonista del racconto Peter Pan, di James Matthew Barrie.

Wendy, da brava narratrice, racconta ogni sera le fiabe ai suoi fratelli, ma quando rimane ammaliata da questo bambino volante decide di partire con lui lasciandosi alle spalle la nursery per il magico mondo dell’Isola che non c’è. Il viaggio verso l’eterna fanciullezza diventa così un viaggio verso la crescita, verso l’accettazione del futuro.

Wendy sull’isola impara giocando a diventare moglie e madre, senza staccarsi mai del tutto dal suo destino. E la figura paterna? Barrie sembra quasi constatare un ruolo marginale all’interno delle mura domestiche, relegato distante dalla cappa dell’autorità, e sembra suggerire ironicamente che un padre dovrebbe essere un po’ come Peter per i suoi bambini, star loro vicino, portarli all’avventura e giocare con loro.

 

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Cattive ragazze

di Assia Petricelli e Sergio Riccardi, Sinnos

Una graphic novel che racconta 15 storie (vere) di scrittrici, condottiere, scienziate, attiviste, filosofe, cantanti, pittrici. Donne autonome, coraggiose, anticonformiste: più o meno note, che – in periodi storici e luoghi diversi – hanno a modo loro segnato la storia.

Le storie di questo libro sono storie di libertà. Probabilmente nessuna di queste donne si pensava eccezionale, ma tutte erano determinate. Così, vivendo la loro vita hanno aperto strade nuove o mandato in frantumi tradizioni secolari.

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Libere di volare

di Raquel Díaz Reguera, Edt-Giralangolo

Adriana, Giulia e Martina sono tre amiche che condividono sogni e desideri, si confidano, si supportano l’una con l’altra e insieme costruiscono ogni giorno un pezzo di quella strada che intendono percorrere per diventare un domani pilota di aerei, scrittrice, musicista. Se lo ripetono in continuazione “Sevuoipuoi”, ma una banda di “Noncelafarai” fa nascere in loro dubbi, rallenta i passi, critica e sminuisce le loro scelte. Finché arriva Violetta, un piccolo tornado che non conosce la banda di Noncelafarai: starle vicino cambierà tutto, e non solo per Adriana, Giulia e Martina.

Una storia delicata e importante, in cui le speranze e i desideri emergono decisi dalla determinazione di tre bambine dagli occhi grandissimi. Possibilità e ostacoli hanno un aspetto preciso, intervengono nella nostra vita offuscando le nostre capacità facendoci sentire non abbastanza capaci, non del tutto adeguate, mai abbastanza.

Un invito e una preghiera a proteggere i sogni dagli altri e, a volte, da noi stesse, guardandoci e trovandoci nel profondo, aiutandoci reciprocamente, a non arrenderci.

 

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Una stanza tutta per me

di Serena Ballista con le illustrazioni di Chiara Carrer, Settenove

Questo albo illustrato ha ottenuto il marchio White Ravens 2017, una segnalazione che riguarda duecento libri internazionali che meritano un’attenzione speciale per il loro tema universale, il particolare valore artistico e l’innovazione stilistica. Il motivo è che Una stanza tutta per me cattura il lettore rappresentando il significato della libertà ad ogni pagina, la possibilità di agire autonomamente e fare le proprie scelte.

Protagonisti della storia sono una scrittrice, un ragno e una bambina. La scrittrice è Virginia Woolf che racconta ad una bambina la conquista della sua libertà d’espressione attraverso la solitudine di una stanza, nella quale, come un ragno tesse la tela, lei ha potuto tessere le trame di una e tante storie. Solitudine, tempo e autonomiacome strumenti per pensare, ragionare, inventare, progettare il proprio futuro.

Un testo poetico e riflessivo che con semplicità affronta e spiega un tema molto importante: quello di libertà e di conquista. Un libro che spinge a lottare per le proprie passioni e a seguire i propri sogni.

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Annie. Il vento in tasca

di Roberta Balestrucci Fancellu con le illustrazioni di Luogo Comune, Sinnos.

È il 1894 e Annie Kopchovsky, una ragazza di Boston di ventitré anni ha appena preso la decisione che la farà diventare famosa in tutto il mondo.

Tutto nasce dalla scommessa sul fatto che una donna non potesse fare il giro del mondo a cavallo di una bicicletta – come dieci anni prima aveva fatto Thomas Stevens. Secondo l’opinione dominante, infatti, una donna non avrebbe saputo badare a sé stessa nel mondo per tutto quel tempo in condizioni così essenziali. La sfida era quella di tornare dopo quindici mesi con 5mila dollari guadagnati in tasca.

Annie non solo decise di accettarla per smentire il pregiudizio, ma colse l’occasione di spostarsi da un modello di vita che le stava stretto, quello che la vedeva nel ruolo di moglie e madre lavoratrice – Annie all’epoca aiutava il marito, venditore ambulante, occupandosi degli spazi pubblicitari su alcuni quotidiani locali -, perseguendo la via della libertà e dell’autonomia economica. Dalla corporatura esile, ciclista dilettante, Annie sembrava l’ultima donna a potercela fare. Per augurarle buon viaggio il giorno della partenza andarono a salutarla in centinaia. Tranne il marito, e suo fratello.

Dopo il suo ritorno a Boston, che fu, come promesso, quindici mesi dopo la partenza, Annie si trasferì a New York con la famiglia. Qui, firmandosi “la nuova donna” scrisse una serie di storie e reportage per il New York World. “Sono un giornalista e una donna nuova” scrisse in quegli anni “nel senso che credo di poter fare qualsiasi cosa che un uomo può fare”.

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Quattro sorelle. Enid

di Malika Ferdjoukh, con la traduzione di Chiara Carminati, Pension Lepic

Con Enid si apre questa saga familiare tutta al femminile che si svolge dentro ed attorno la vecchia casa di famiglia in cui le ragazze vivono senza i genitori morti da poco in un incidente stradale. Enid, Hortense, Bettina, Geneviève, Charlotte (sì, in realtà le sorelle sono cinque) vedono come delle apparizioni i loro genitori, ma ognuna pensa di essere la sola a vederli e si guarda bene dal dirlo alle altre che, tutte, conservano il medesimo segreto.

Il nucleo narrativo principale non è ciò che accade fuori ma ciò che avviene dentro, dentro le ragazze, dentro la casa. Solo Charlotte, insieme al suo fidanzato, esce dalle dinamiche familiari e romanzesche il fulcro della famiglia ruota e non a caso è anche l’unica ad avere un libro dedicato.

Notate qualche eco con le Piccole donne di cui sopra? Non siete gli unici.

 

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La rivincita delle ragazze

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Quarta e ultima settimana di Lotto ogni giorno 2026, l’appuntamento con consigli di lettura, riflessioni e approfondimenti da mettere in pratica a casa o in classe per impegnarci a costruire insieme una società più giusta e libera per tutti e tutte non solo l’8 marzo.

Abbiamo visto come l’istruzione, tanto nella società, quanto nella letteratura, abbia dato modo a molte donne di darsi voce, di trovare la propria strada oltre i valori patriarcali socialmente imposti.

A testimonianza dell’importanza della scuola nella letteratura per ragazzi troviamo un genere letterario dedicato proprio a questa ambientazione: la school story. I personaggi adolescenti o preadolescenti di questo genere di matrice inglese si muovono in contesti scolastici e affrontano difficoltà tipicamente legate alla loro età. E però, c’è un però.

Le bambine vengono incluse, raccontate, ma le loro storie ripropongono valori tradizionali legati al sacrificio, alla purezza, alla docilità, a tutti quei valori e virtù considerati femminili, in coerenza con la cultura di riferimento. Invece noi è di controstorie, di nuove possibilità, che abbiamo bisogno. Nuove possibilità per quanto riguarda l’educazione delle bambine, e non solo. Infatti, se la letteratura ha in alcuni casi ritratto la scuola oscillando tra realismo e utopia, in altri casi ha ricostruito la scuola, e più in generale i contesti educativi, anche familiari, come un luogo da ripensare secondo nuovi paradigmi. Proprio tra questi paradigmi innovativi troviamo una rappresentazione femminile che alza la voce contro il silenzio che ha storicamente caratterizzato le bambine e le donne, in un’educazione che abbatte sia le barriere fisiche, spostandosi oltre le mura scolastiche, sia quelle culturali.

L’istruzione e la formazione al femminile della letteratura, nel corso degli ultimi centocinquant’anni, ha rispecchiato il cambiamento culturale e in alcuni casi ha ritratto problemi e anticipato strategie che, dal femminile, possono allargarsi verso nuove prospettive educative per tutti e tutte.

 

Le school stories

Tra Ottocento e Novecento, arrivando fino alla contemporaneità, le storie scolastiche che hanno coinvolto personaggi femminili sono diventate sempre più numerose e hanno proposto ritratti di bambine e ragazze, oltre che di insegnanti, sempre più eterogenei, tra istruzione negata, conquistata o esaltata in figure letterarie di giovani studentesse brillanti e di maestre in grado di guardare oltre gli schemi e trasmettere una nuova conoscenza al femminile.

Questo cambiamento, proporzionale a un’evoluzione sociale e culturale, incoraggia la partecipazione sempre più attiva delle giovani lettrici, che possono finalmente rispecchiarsi in personaggi femminili sfaccettati, intelligenti, curiosi, che grazie all’istruzione – e spesso alla lettura attenta di libri – hanno saputo emanciparsi e concepire diversamente la società.

 

Anna dai capelli rossi

Tra le figure letterarie che hanno saputo rompere molti dei tabù legati all’educazione, c’è prime di tutte lei, Anna Shirley, protagonista di Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery. Anna è una ragazza di undici anni, orfana, viene adottata dai fratelli Marisa e Matthew Cuthbert. Appare da subito evidente che Anna ha un’attitudine spiccata all’immaginazione, costruita a partire dalla lettura costante di libri.

Al di là della scuola, infatti, la formazione di Anna è autonoma e soprattutto letteraria: i libri non solo la istruiscono, facendole per esempio padroneggiare parole che i suoi coetanei non conoscono, ma danno un senso alla sua esistenza, accrescono la sua fiducia nella vita e nel futuro, pongono le basi per la sua furbizia e la sua prontezza di spirito, oltre che per le sue abilità narrative. In questo senso, Anna rispecchia con quasi un secondo di anticipo, una certa Hermione Granger: anche Hermione basa la sua emancipazione sull’accesso all’istruzione, sulla conoscenza, sulla curiosità verso il mondo che la circonda, fomentata dalle continue letture.

Tornando ad Anna, la scuola è quindi per lei, da un lato, fonte di nuova ispirazione, un’occasione per imparare, conoscere; dall’altro, un luogo che molto spesso le sta troppo stretto. Almeno finché non arriva Miss Stacy, una giovane insegnante che conquista i suoi alunni costruendo con loro un rapporto basato sul dialogo e la fiducia, incitando allo sviluppo dell’assertività e del pensiero critico anche proponendo nuove metodologie educative basate sull’osservazione, la pratica e il laboratorio. Non stupisce invece che la stessa insegnante non vada a genio e, anzi, sia apertamente criticata, dalla popolazione adulta della città: la donna non è sposata, è autonoma ed economicamente indipendente, veste con i pantaloni e va in bicicletta. Miss Stacy, come donna e come insegnante, contribuisce a decostruire quella spirale di genere perversa, basata sulla dipendenza e subalternità, che difficilmente una bambina, da sola, riuscirebbe a superare.

 

Heidi

In Heidi, di Johanna Spyri, l’educazione della protagonista viene ambientata, più che a scuola, in diversi contesti. All’inizio la bambina si forma nella natura, apprendendo dalle esperienze che questa propone. È il nonno che si rifiuta di mandarla a scuola, convinto che la vita della città, nonché i lunghi tragitti invernali, possano farle male.

Il vero e proprio accesso all’istruzione avviene poi a casa Seseman. Klara studia a casa con un maestro e trascorre la giornata in uno studio dalle grandi e severe librerie alle pareti, dove segue ogni giorno lunghe e noiose lezioni. Ore che stimolano continui sbadigli, anche da parte del maestro stesso, che devono essere però trattenute per evitare di dover bere olio di fegato di merluzzo come punizione da parte della signorina Rottermeier, incline a severe punizioni e minacce.

Di fronte a queste figure non in grado di affascinare e conquistare le bambine spicca però un personaggio ben più empatico: la nonna di Klara. La donna rappresenta un modello quasi materno, capace di incoraggiare il desiderio di conoscenza in Heidi con affetto e con grande attenzione ai suoi bisogni, basando il loro rapporto sul dialogo e su un reciproco rispetto. Proprio come quando le mostra con sincero entusiasmo un libro su un pastore al pascolo: di fronte a quelle immagini e alla possibilità di scoprire tutta la storia, è allora che Heidi sospira convinta “Oh, se sapessi leggere!”

 

Matilde

Matilde di Roald Dahl è un altro romanzo ambientato prevalentemente a scuola in grado di darci uno spaccato sia di alcuni modelli educativi, sia il ritratto di una bambina che sfrutta appieno le risorse educative intorno a sé. Matilde, grande lettrice, non ha alcun supporto da parte della famiglia: i genitori non si preoccupano della sua istruzione, così come del suo benessere, rendendola una sorta di orfana di fatto.

A scuola Matilde trova due figure di riferimento in forte contrasto tra loro: la signorina Dolcemiele, la sua maestra, e la signorina Spezzaindue, la direttrice. Dolcemiele è una giovane donna che viene descritta come bella, quasi angelica. I suoi tratti fisici esprimono simbolicamente la sua bontà d’animo e la passione e dedizione per la sua professione, che viene svolta con fare mite, senza alzare mai la voce, comprendendo i bisogni e le paure dei bambini appena arrivati con dolcezza ed empatia, attraverso un metodo costruttivo che indaga le conoscenze pregresse degli alunni e pone precisi obiettivi da raggiungere. Dolcemiele è in grado di cogliere i bisogni di Matilde, non solo scolastici, ma prima di tutto, personali, sostenendola anche nel suo grande potenziale.

All’opposto, Spezzindue, oltre al temperamento e all’aspetto fisico, delineati da una bruttezza caricaturale, vengono sottolineati anche i metodi educativi della direttrice, che ricorre costantemente a punizioni corporali e insulti.

Tornando a Matilde, è una bambina che si è auto-educata attraverso la lettura di numerosissimi libri della biblioteca prima ancora di iniziare la scuola: una bambina prodigio per natura, ma anche per il suo costante sforzo nel voler apprendere, mossa da un’implacabile curiosità.

 

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Ricker Racker Club

di Patrick Guest Nathaniel Eckstrom, Edt-Giralangolo.

Una stretta di mano segreta, una parola d’ordine segreta, una tartaruga di nome Albert e il club è pronto. Ma per farne parte sempre bisogna essere maschi. E se arriva una bambina? Basta cambiare le regole!

Il Ricker Racker è un club decisamente ambito: bisogna compiere prove di indubbio coraggio per farne parte e così, mentre c’è chi affrontan tane di volpi, foreste di ragnatele, fiumi “spaccaossa”, frullati disgustosi e ponti traballanti, Poppy pianifica una strategia fuori dalle regole. Lei ha la capacità di leggere la situazione e attrezzarsi, invece di perdere tempo a lamentarsi.

Non si tratta di imporre una forzata convivenza, né di omologarsi accettando regole arbitrarie, ma di imparare a cogliere nell’altro, maschio o femmina che sia, una nuova versione di sé, un mondo da scoprire, un’occasione di imparare qualcosa che non avresti mai immaginato. Ricker Racker Club mette alla berlina le regole sciocche con allegra ironia, dimostrando che la pratica è in grado di smentire molti principi, altrettanti presupposti e soprattutto tantissimi pregiudizi.

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Sono una ragazza!

di Yasmeen Ismail, Edt-Giralangolo

Sono una ragazza! È che problema c’è? Nessuno, ma a volte tocca ribadirlo perché se non sei sempre gentile e garbata, se corri scalmanata, se fai capriole e non sei abbastanza composta a tavola, non puoi essere una ragazza. E allora non c’è miglior grido di battaglia per le ragazze che vogliono affermare sé stesse senza condizionamenti.

L’autrice con il suo grido in crescendo coglie bene il senso di frustrazione di bambine e ragazze apostrofate e riprese per i loro comportamenti considerati non adeguati per una femmina. Essere una ragazza, nel linguaggio comune, comporta spesso, nel linguaggio comune, l’attribuzione di specifiche caratteristiche e l’esistenza di limiti a ciò che si può essere o diventare. Questa storia invece ci dice semplicemente che essere una ragazza significa divertirsi, giocare e scoprire il mondo, proprio come tutti gli altri.

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Hedvig

di Frida Nilsson con le illustrazioni di Ilaria Mancini e la traduzione di Laura Cangemi, Lupoguido

Hedvig è una bambina di sette anni che vive con i suoi genitori in una fattoria quasi ai confini del mondo, nella campagna svedese. Non ha molti vicini e, soprattutto, nessun bambino con cui fare amicizia. Aspetta con una certa impazienza l’inizio della scuola: è convinta che lì dimenticherà la noia, incontrerà tanti amici e vivrà vere avventure. Quando finalmente arriva il grande giorno… tutto le appare spaventoso! La paura le mangia la voce e comincia a pensare di non piacere agli altri.

Non ci mette molto però a capire che la bambina seduta accanto a lei, Linda, è altrettanto nervosa e questo la aiuta a rompere il ghiaccio. Diventano subito grandi amiche e la scuola, un giorno dopo l’altro, non le sembra più un luogo così terrificante. Il vero problema è che a Hedvig vengono in mente idee stravaganti. Hedvig è immagine e corpo di un’infanzia realistica e pura, che sbaglia e combina guai, senza alcun intento moralizzante. Vi ricorda le grandi storie nordiche della letteratura per l’infanzia di Astrid Lindgren e Alf Stark? Avete ragione, Hedvig non è solo la protagonista di un’opera letteraria, ma la dimostrazione che è possibile stare dalla parte dei bambini e delle bambine.

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Per sempre insieme, amen

di Guus Kuijer, con le illustrazioni di Alice Hoogstad e la traduzione di Valentina Freschi, Feltrinelli

Primo romanzo di una serie che vede come protagonista Polleke, undicenne alle prese con la sua famiglia, con la scuola e gli amici, con il quotidiano che lei analizza e commenta con spirito brillante e poetica ironia. Polleke infatti è una poetessa e i suoi versi esplicitano sentimenti, evocano immagini, tolgono peso anche nelle situazioni più critiche. Come quando incontra il maestro nel corridoio di casa sua che indossa un pigiama a righe.

È lo sguardo bambino, anzi, bambina: una lezione di pensiero per noi adulti e per le nostre, spesso preconcette, categorie mentali che pretendono di inquadrare e giudicare l’intera realtà, senza la dovuta attenzione nei confronti dei bambini dei quali troppo spesso ci facciamo falsi interpreti, sicuramente ascoltatori distratti.

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Anastasia, cosa farai da grande?

di Lois Lowry, 21lettere

Anastasia Krupnik è una grande lettrice e scrive molto: elenchi, compiti scolastici, poesie, liste di vario tipo. Scrivere le risulta piuttosto semplice grazie alla sua fertile e sfrenata immaginazione.

In questo episodio della serie ha un nuovo problema: un compito di seconda media le chiede di scegliere la sua futura carriera lavorativa. Ma com’è possibile sapere a tredici anni cosa si farà da grandi? Quante volte abbiamo cancellato tutto e riscritto da capo immaginando la persona che avremo voluto essere? Da un lato c’è un corso per modelle, dall’altro c’è Barbara Pagina e la sua libreria quasi senza clienti e che tuttavia ama molto il suo lavoro. Quale sarà il lavoro della sua vita?

Anastasia va alla ricerca di tutte le donne che può diventare, sceglie, cambia idea, si pente e si entusiasma. Disobbedendo e scegliendo sempre con la sua testa.

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Educate a non educarsi: la rivoluzione oltre le buone maniere

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I libri di questo articolo

Terza settimana di Lotto ogni giorno 2026, l’appuntamento con consigli di lettura, riflessioni e approfondimenti da mettere in pratica a casa o in classe per impegnarci a costruire insieme una società più giusta e libera per tutti e tutte non solo l’8 marzo.

Abbiamo visto come, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, la scuola diventa il canale privilegiato per la lenta, ma progressiva conquista dell’emancipazione femminile, anche se la configurazione del sistema scolastico non prevede per le bambine e le ragazze, nel settore degli studi post-elementari e secondari, la stessa offerta ampia e diversificata prevista per i maschi. A lungo, infatti, le donne sono state ritenute inadatte all’istruzione superiore, alla partecipazione alla vita pubblica e a molte carriere professionali poiché ritenute biologicamente inadatte.

Ma attenzione: le differenze sessuali sono un dato biologico, il patriarcato è un prodotto storico. Attribuire storicità al sistema patriarcale significa rompere con la tradizione, una tradizione che considera questo un ordine eterno e immutabile.

 

Un ordine di genere (im)mutabile

Secondo questo ordine di genere, le donne sono state educate alla dipendenza e alla subalternità e sono state allevate e cresciute a pratiche di cura. Non a caso l’”educazione”, un termine che fin dal Settecento risuona un che di emancipante, è stata a lungo intesa, se riferita alle donne, come la pratica di apprendimento delle buone maniere e di preparazione ai ruoli sociali femminili permessi ed accettati dalla società.

Tuttavia è proprio grazie ai cambiamenti nelle opportunità sociali e formative, soprattutto nel corso del Novecento, che un gran numero di donne è finalmente diventato capace di valutare criticamente il sistema.

Sono centinaia di migliaia le bambine che, nonostante gli alti tassi di evasione dall’obbligo, riescono ad impadronirsi non solo dell’alfabeto, ma soprattutto della prospettiva che i loro educativi si possono cambiare. Si tratta di un rinnovamento rivoluzionario, destinato ad incidere profondamente nell’immaginario collettivo rispetto alla rappresentazione del mondo femminile, dei suoi diritti, del suo ruolo, della sua partecipazione sociale, culturale e familiare.

 

Donne e cultura

Il primo congresso sul tema donne e cultura si tenne a Roma il 25 e 26 ottobre 1952, organizzato dal periodico femminile Noi donne. Alla base c’era l’esigenza di porre all’attenzione nazionale il problema della libertà di stampa e dell’importanza che questa rappresenta per la difesa dei diritti delle donne, il problema dell’analfabetismo, nonché il problema dei mezzi organizzativi per la diffusione della cultura fra le donne.

Il risultato fu un imponente dibattito al quale parteciparono casalinghe, operaie, contadine, intellettuali, giornaliste, insegnanti, ma anche scrittrici e scrittori, giornalisti e deputati, sia come presenze che come relatrici/relatori. Tra questi Tommaso Fiore, scrittore e politico, che durante la sua relazione sostenne:

fare un quadro dell’analfabetismo è come tracciare una Carta della Vergogna Nazionale.

Guardare ai soli dati sull’analfabetismo tuttavia non era sufficiente per affrontare la questione della diffusione della cultura fra le donne perché i dati disponibili sull’obbligo scolastico non erano sufficienti. In primo luogo, perché vengono considerati alfabeti tutti coloro che sono iscritti alla prima elementare, perdendo completamente traccia dell’analfabetismo di ritorno, cioè la perdita parziale o totale delle competenze acquisite in assenza di esercizio e stimoli; in secondo luogo i dati non erano disaggregati.

Ciò che sappiamo dell’analfabetismo femminile, per quanto riguarda la Calabria e la Basilicata, è desunto dagli atti di matrimonio, dai quali emerge che il 58,3% delle donne non è in grado di apporre la propria firma sui documenti, ma solo una croce. Siamo nel 1952.

Maria Antonietta Macciocchi, direttrice del periodico Noi donne, nel suo interviene sostenne:

le condizioni di arretratezza in cui vivono le donne italiane, sono tali che non si può pensare che dipenda da fattori di poco conto, bensì da una politica di arretratezza economica e sociale ben precisa, volta a negare il diritto all’istruzione alle masse popolari perché ne teme il risveglio. Pertanto la lotta contro l’analfabetismo non è un settore di un’opera di beneficenza e di soccorso ma è la più potente ed adeguata leva per il progresso, la dignità ed il rispetto della persona, per l’elevamento sociale di tutto il paese.

 

Diritti negati

L’ingresso delle donne nel mondo della cultura è avvenuto in condizioni di particolare difficoltà: quando non è stato possibile negare il diritto all’istruzione, è stato fatto il tentativo di svuotare quella istruzione. Nelle Istruzioni ai maestri delle scuole primarie sul modo di svolgere i programmi del 1860, viene esplicitato che le nozioni impartite ai fanciulli delle scuole elementari sono destinate ad essere fondamento degli studi classici e preparazione alle diverse professioni, mentre per il maggior numero delle fanciulle la culturale intellettuale deve avere quale fine la vita domestica e il buon governo della famiglia.

D’altronde, a che scopo preoccuparsi dell’istruzione delle bambine se la loro vita doveva avere come “scopo sociale” esclusivo il governo dei figli e la cura della famiglia e come spazio privilegiato quello domestico, a cui rimanere devotamente fedeli?

Sì, sentite un’eco di queste parole in alcuni dei contenuti più virali nelle piattaforme di noti social media o nelle parole di qualche parlamentare o rappresentate delle istituzioni locali non siete soli. Sono drammaticamente attuali.

L’emancipazione femminile attraverso l’accesso all’istruzione ha anticipato, definito e rinnovato gli equilibri sociali nel campo della famiglia, del lavoro, della politica. Un tema che rivela la persistente conflittualità tra un modello culturale che tende a circoscrivere nel privato il ruolo femminile e i percorsi di autodeterminazione politica e sociale avviati dalle donne.

Per tanto, troppo, tempo le donne sono state educate a non istruirsi. Non accettiamo di fare anche un solo passo indietro.

 

Ti consiglio di leggere

Mimosa in fuga

di Serena Ballista con le illustrazioni di Paola Formica, Carthusia

Questo libro è dedicato alla Giornata internazionale della donna e al simbolo italiano della mimosa, proposta dall’UDI per accompagnare i materiali distribuiti alle donne che votavano per la prima volta alle elezioni amministrative del marzo 1946.

L’idea della mimosa, un fiore che poteva essere raccolto in abbondanza e senza costi, fu di Marisa Rodano. La mimosa ebbe subito un successo enorme, ma lunga e faticoso è stato il cammino dei diritti delle donne per la parità, e negli anni successivi le donne, proprio mentre stringevano in mano un rametto di mimosa, venivano arrestate perché manifestavano a gran voce.

Attraverso la storia di Mimì le bambine ed i bambini possono conoscere l’origine della celebrazione dell’8 marzo e del suo simbolo tanto famoso, identificarsi nei personaggi e dare forma alle proprie emozioni. Un messaggio appassionato per tutte le bambine per ricordare loro l’importanza di credere in sé stesse, lottare per i propri diritti e sentirsi libere, ovunque e sempre.

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La vita segreta di Joséphine Baker

di Lélie Lesage, Edt-Giralangolo

Siamo negli anni venti a Parigi e il suo nome è sulla bocca di tutti, la ragazza nera che viene dagli Stati Uniti, è una ballerina, è un’attrice, è una cantante. È Joséphine Baker ed è molto di più di tutto questo. Troppo famosa, troppo bella, chi direbbe che è anche scaltra e intelligente? E invece, mai fidarsi dei luoghi comuni se non si vuole vivere una vita di pensieri limitati da altri. 

Joséphine lascia Parigi poco prima dell’invasione tedesca e si trasferisce nella sua residenza estiva ospitando un gruppo di Resistenti e una coppia di ebrei. Insieme costruiscono un ponte radio clandestino per rimanere aggiornati sulle notizie. Ma quando la Gestapo bussa alla sua porta finge di non saper cucinare nemmeno un uovo. 

Attraversa la Spagna per arrivare in Portogallo con documenti segreti trascritti con inchiostro simpatico tra gli spartiti. Di nuovo con la polizia alle calcagna lascia Marsiglia e sbarca in Marocco dopo un burrascoso viaggio in mare. Le spie sono ovunque e Joséphine finisce a letto per avvelenamento, ma i biglietti di pronta guarigione tra i mazzi di fiori dei fan sono perfetti per nascondere messaggi segreti. Bisogna resistere ancora. Ancora un po’. Alla fine della guerra il coraggio di Joséphine viene riconosciuto con una croce di Lorena d’oro, il simbolo della Resistenza. No, Joséphine Baker non è solo stata una grande ballerina, ma una donna libera, che ha dimostrato grandi capacità e coraggio, una vera eroina di guerra. 

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Eugenia l’ingegnosa

di Anne Wilsdorf con la traduzione di Federico Appel, Sinnos

Eugenia l’ingegnosa è un meraviglioso racconto illustrato per bambini perfetto per parlare di come le proprie qualità vadano oltre il genere fisico di una persona.

Architetta, ingegnera, Eugenia è una ragazzina che vive sull’isola di Nascondoni, dove non succede mai niente, e che desidera raggiungere la mitica isola Nonsodove che è lì, proprio oltre l’orizzonte, ma non si vede. Questo però non ferma la creatività e la determinazione di Eugenia che tra ponti e invenzioni, scoperte e avventure, riesce a realizzare il suo sogno sbalordendo tutti grazie alle sue qualità e alla costruzione di un lungo ponte con l’ingegno e l’aiuto di tanti amici, umani e non.

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Il banchetto del secolo

di Sara B. Elfgren, con le illustrazioni di Emil Maxén e con la traduzione di Laura Cangemi, Lupoguido

Questa è una storia dall’atmosfera di fiaba che ci trasporta nel tempo indefinito del c’era una volta, in un regno governato da due duchi, fratelli gemelli che si fanno la guerra. Quando Ludbert pensa di aver finalmente vinto, surclassando il fratello inaugurando il nuovo giardino con un banchetto di tre giorni, Odberg, suo fratello, trova il modo di complicargli i piani sfidandolo a servire nel menù l’aspic alla Babilonia. Una ricetta inesistente, inventata mettendo insieme ingredienti pericolosissimi da recuperare: le lacrime di un pesce vescovo; le squame di un basilisco; il cuore della manticora.

Solo Ottilia, figlia di Odberg capisce il tranello. Ottilia che non ama vestiti e gioielli, né i balli e i ricevimenti, che non gliene importa niente di trovare un fidanzato, ma che desidera addentrarsi nel folto della foresta, esplorarne i segreti e comporre un bestiario tutto suo in cui descrivere le creature che la abitano.

Ottilia riconosce subito che gli ingredienti dell’aspic alla Babilonia negli animali descritti nel Bestiarium di Emilius Maximus e sa che chiunque si fosse impegnato nella missione non avrebbe fatto ritorno. Sa che deve fare assolutamente qualcosa e che nessun innocente deve pagare per una stupida lite fra fratelli.

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La storia di Mina

di David Almond, Salani

Mina, già co-protagonista di Skellig, sempre di Almond, è una ragazza intelligente e curiosa, sensibile e imprevedibile, cui la scuola sta troppo stretta. Mina dunque non va a scuola, Mina la stramba fa scuola a casa con la mamma, prova anche una super scuola con metodi pedagogici alternativi per gli strambi come lei, ma nemmeno quella le va a genio. Ci sono dei motivi se Mina è così: la morte del padre, in primo luogo, la paura di non essere accettata e, soprattutto, il rifiuto categorico di ogni imposizione.

Lo sa Mina, lo sa anche sua mamma, Mina dovrà tornare a scuola, ma nel frattempo studia, si appassiona, cresce. Mina scrive sul tavolo della cucina mentre le sue sculture di creta cuociono nel forno insieme ai dolci. Scrive sull’adorato albero su cui si arrampica e su cui passa moltissimo tempo. Scrive di giorno e scrive di notte. Ci dice del nido dei merli e del suo unico giorno alla scuola speciale, delle passeggiate con la sua mamma e della nostalgia del suo papà, della difficoltà di farsi degli amici e del coraggio che bisogna darsi qualche volta; ci descrive persone e sensazioni e gli uccelli di cui è appassionata.

Mina è una ventata d’aria fresca, per bambini e, soprattutto, per gli adulti che pensano di sapere tutto su di essi.

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Le bambine vanno a scuola

Le bambine vanno a scuola

I libri di questo articolo

Prima di settimana di Lotto ogni giorno 2026, l’appuntamento con consigli di lettura, riflessioni e approfondimenti da mettere in pratica a casa o in classe per impegnarci a costruire insieme una società più giusta e libera per tutti e tutte non solo l’8 marzo.

Le donne hanno “fatto la storia”, eppure a lungo sono state relegate in un ruolo secondario dedito alla sottomissione e al sacrificio secondo un ordine che sembrava eterno e immutabile. Figlie, sorelle, mogli, madri, vedove, tutti ruoli definiti in base a una figura maschile di riferimento. A lungo siamo state educate a non educarci: non a caso l’”educazione”, un termine che fin dal Settecento è sinonimo di emancipazione, è stata a lungo intesa, se riferita alle donne, come la pratica di apprendimento delle buone maniere.

Tutto cambia, o per lo meno inizia a cambiare tra fine Ottocento e inizio Novecento quando le bambine vanno a scuola e iniziando a leggere e a scrivere riescono ad impadronirsi non solo dell’alfabeto, ma soprattutto della prospettiva che il loro destino educativo, familiare, sociale non è un ordine prestabilito, ma si può cambiare.

Scopriamo come tutto è iniziato.

 

 

Le bambine vanno a scuola

Nel 1861, primo censimento del neonato Regno d’Italia, il 78% della popolazione era analfabeta e di questi l’84% erano donne e per capire quanto sia stato faticoso l’accesso all’istruzione per le bambine, anche ai fini della costruzione di percorsi di vita che non fossero quelli predeterminati dalla famiglia e dalla società, dovete sapere che nel 1952, in alcune regioni (Calabria e la Basilicata), il 58,3% delle donne non è in grado di apporre la propria firma sui documenti di matrimonio, ma solo una croce.

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”, all’indomani dell’unificazione dello Stato italiano l’analfabetismo era uno dei problemi più gravi, ostacolo alla costruzione di un’identità linguistica e culturale, alla coesione sociale, allo sviluppo economico e produttivo.

Ecco allora che il progetto politico-pedagogico dei primi governi italiani si concentra sulle politiche scolastiche con l’obiettivo di creare un sistema scolastico accentrato e istituire l’obbligo di istruzione: per la prima volta anche le bambine possono imparare, anzi, devono imparare a leggere e scrivere.

 

La legge non è uguale per tutte

Arrivano due leggi fondamentali, la legge Casati del 1859 e la legge Coppino del 1877 sull’obbligo scolastico fino a 9 anni, poi la legge Orlando del 1904 che lo prolunga fino a 12 anni e infine la legge Daneo-Credaro del 1911 che pone in capo allo Stato l’obbligo dell’istruzione. Ma non basta. Molti bambini e molte bambine a scuola non ci vanno, costretti ad aiutare a casa o nei campi, nonostante esista l’obbligo della legge. E questo perché l’infanzia è un concetto moderno, fino all’Ottocento, infatti, i bambini non erano considerati portatori di diritti e valori propri, distinti e specifici, rispetto al mondo adulto.

Per le bambine, tuttavia, è stato ancora più difficile e faticoso rivendicare il proprio diritto di esistere e il riconoscimento di parità giuridica, sociale e culturale rispetto ai bambini: figlia, sorella, moglie, madre, vedova, tutti i ruoli femminili erano definiti in base a una figura maschile di riferimento. Il loro destino era già scritto: non si metteva in dubbio la necessità di una prima alfabetizzazione per le bambine, ma si riteneva un’esagerazione il pretendere che proseguissero i loro studi alle superiori o addirittura all’università. Sarebbe stata considerata un’ostentazione o, addirittura, un’attività pericolosa.

Se vi fosse qualche dubbio basta leggere l’ultimo dei quattro volumi che compongono l’opera Le donnine di domani. Nozioni di diritti e di doveri, scritti nel 1907 da Anna venturi Gentile per le classi dalla terza alla sesta elementare femminile:

In questa classe voi care fanciulle, dovete completare la vostra istruzione elementare. È questo il vostro ultimo anno di scuola. Fuori vi aspetta il lavoro. Lavorerete in casa preparandovi a diventare buone e accorte massaie. Lavorerete nei campi, negli stabilimenti nei magazzini, nei negozi. Farete la cucitrice, la sarta, la modista, la fiorista, la commessa, la lavandaia, la stiratrice, la cameriera e altro ancora. Vi darete insomma a quel mestiere e a quell’arte a cui vi sentirete chiamate, o che dovrete seguire per necessità di famiglia

Nelle aree rurali o montane nei primi decenni del Novecento le condizioni dell’infanzia erano particolarmente dure e lasciavano poco spazio da dedicare all’istruzione: tornati da scuola i maschi guardavano le bestie o aiutavano nei campi, le bambine imparavano a lavorare a maglia, al telaio per fare le lenzuola, gli scampoli per i vestiti e quando c’era bisogno guardavano i fratellini più piccoli. Nelle famiglie particolarmente povere le bambine potevano essere addirittura essere “affittate” o perfino vendute ad altre famiglie, presso le quali andavano a vivere e lavorare come “serventine” (spesso soggette a soprusi e violenze di vario genere). Le bambine che vivevano in città non se la passavano meglio: molte di loro lavoravano già dai 4/5 anni in fabbriche tessili e laboratori artigianali (in pessime condizioni che mettevano a rischio la loro salute), presso le modiste, presso le abitazioni delle famiglie più ricche.

Molte ragazze appena adolescenti lasciavano il loro paese spinte dal desiderio di poter guadagnare dei risparmi o accumulare una dote. Per altre, la fuga in città, rappresentava un atto di ribellione. Anche i ragazzi lasciavano il loro paese, ma esisteva una marcata differenza tra il valore sociale tra l’emigrazione dei ragazzi e delle ragazze: per i ragazzi si trattava di un rito di passaggio celebrato dalla famiglia di origine o anche dalla comunità di appartenenza, mentre per le ragazze la separazione era traumatica. Molto spesso disorientate dall’anonimato dei rapporti che la vita in città garantiva e che le privava della sicurezza che i legami dei piccoli centri rurali finivano in situazioni complesse e dolorose, fino anche a diventare vittime della prostituzione e della violenza.

 

Dall’istruzione all’emancipazione

Ma perché se c’erano le leggi non si riusciva ad applicarle? Perché la stessa società non aveva ancora sviluppato una sensibilità diversa nei confronti dell’infanzia femminile.

È proprio qui, nello scostamento del modello femminile che l’accesso all’istruzione va piano piano creando da quei binari che per secoli hanno relegato le donne in un ruolo secondario dedito alla sottomissione e al sacrificio che sta la chiave per garantire una nuova interpretazione che possa superare anche l’esigenza di essere “dalla parte delle bambine” per costruire un nuovo livello di libertà di essere e diventare, inclusione, uguaglianza.

 

Ti consiglio di leggere

Nina e i diritti delle donne

di Cecilia D’Elia con le illustrazioni di Rachele Lo Piano, Sinnos

Attraverso la voce della piccola Nina e la storia della sua famiglia, il racconto di come è cresciuta l’Italia attraverso l’evoluzione delle donne e della società intera: per mostrare che niente si può dare per scontato e che tanti diritti, che oggi sembrano ovvi, sono in realtà frutto di grandi battaglie.

 

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Per mille camicette al giorno

di Serena Ballista con le illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini, Orecchio acerbo

Il 25 marzo 1911 la Triangle Waist Company di New York va a fuoco: il racconto del più grave incidente industriale della storia di New York, per voce di una di quelle camicette che, esposta in una vetrina davanti al grattacielo, vede tutto e tutto sa. Le sue parole illuminano sulle condizioni di sfruttamento delle lavoratrici, ma anche sulle lotte per l’emancipazione delle donne.

 

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Anche le principesse vanno a scuola

di Susie Morgenstern con le illustrazioni di Serge Bloch, Babalibri

Una principessa allegra e intraprendente non ci sta a lamentarsi tutto il giorno come fanno mamma e papà. Un giorno, vede dal balcone tanti bambini della sua età entrare in un grande edificio. Sembrano divertirsi un mondo! C’è solo un problema: scoprire come si fa ad andare a scuola.

Invece che a balli e ricevimenti, la nostra sogna di andare a scuola. Quello che per molti di noi potrebbe sembrare scontato, e a volte anche un po’ noioso, per qualcun altro rappresenta un desiderio da realizzare. L’occasione per riflettere su stare a scuola e come starci, sia nella relazione con i compagni e gli insegnanti, che nella costruzione di percorsi di scoperta e apprendimento.

 

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Le bambine di solito non salgono così in alto

Di Alice Butaud, con le illustrazioni di François Ravard e la traduzione di Silvia Turato, La Nuova Frontiera Junior

Timoti ha nove anni e vive da solo con il padre. Pensa e fantastica in media il 58% del suo tempo da sveglio. Non esce spesso di casa, pochissimo dalla sua testa, e guarda l’orizzonte dalla finestra.

Le domande che affollano la sua testa le riversa in un taccuino da cui non si separa mai. Vi scrive idee, sentimenti, sogni che ha fatto. Il taccuino contiene anche delle brevi lettere che Timoti scrive a sé stesso per il futuro, lettere nelle quali si mette in guardia. Ha capito che le persone cambiano col tempo. E non vuole che gli succeda. Ha paura di diventare qualcun altro, qualcuno che, incontrandolo oggi, non gli piacerebbe avere come amico. È timido, riflessivo, con mille paure che gli impediscono di esplorare il mondo e percorrere la sua strada là fuori. Ma là fuori, giù giù giù, piantata ai piedi della torre, oggi c’è una bambina.

Una mattina di inizio estate, una bambina con una coda di cavallo piantata in testa, compare piroettando nel suo giardino. Deve avere più o meno la sua età. Lo guarda sorridente, sudata e con il moccio al naso. Lui le restituisce il sorriso, anche se gli sembra un po’ disgustosa, e molto orgogliosa di essersi arrampicata sul suo vecchio albero.

L’incontro di Timoti con la bambina che sale sugli alberi, il cui nome è Diana, non è poi cosi casuale come sembra. Li lega qualcosa si molto profondo che li spinge a partire per un’avventura dalla quale torneranno profondamente cambiati e niente sarà come prima. Non è solo lei che è andata a cercare Timoti, ma la Vita stessa in persona. Sottoforma di una stravagante bambina con la coda di cavallo, capace di arrampicarsi sugli alberi. Una vita fatta di lunghe chiacchierate, bagni nel fiume, giochi, corse in mezzo ai campi con il vento nei capelli e il profumo dei fiori di campo nelle narici.

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Lucilla

di Annet Schaap, con la traduzione di Anna Patrucco Becchi, La Nuova Frontiera Junior.

Tutte le sere Lucilla, la figlia del guardiano del faro, sale 
sessantuno scalini per accendere la luce che avverte le navi di tenersi lontane dagli scogli. Tocca a lei il compito di suo padre, sempre ubriaco e incapace di prendersi cura perfino di sé stesso, ma in una notte di burrasca si rende conto di non avere più zolfanelli. La luce del faro non si accende e una nave si schianta contro uno scoglio.

Per ripagare i danni, Lucilla dovrà lavorare per sette anni nella casa dell’Ammiraglio, la Casa Nera, dove si dice che viva un mostro. Di fronte alla violenza dell’ingiustizia che si abbatte su Lucilla rimaniamo impotenti, esattamente come Lucilla, proprio come i bambini spesso trasportati dalla forza degli eventi e dalle tragiche decisioni degli adulti senza avere apparentemente possibilità di reagire. In balìa degli adulti, schiacciata dalle loro aspettative e annientata dai loro giudizi, Lucilla vorrebbe ribellarsi quando la maestra dichiara che non tutti possono imparare, per alcuni non ci si può far niente, perché al mondo ci sono cavalli e ci sono asini. E un asino non deve cercare di diventare un cavallo, perché alla fine è sempre una delusione.

La rabbia monta lentamente dentro Lucilla alimentando una capacità di resilienza e di coraggio che pochissimi adulti – letterari e non – conoscono.

 

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