Negrin ci sorprende con un testo in forma di fiaba che racconta di un regno che sceglieva i propri sovrani in un modo curioso: erano i galli a proclamare il nuovo reggente. Il nome del prescelto doveva essere cantato in coro da tutti i galli del regno. Poiché questo evento era molto raro, tra un re e quello successivo, trascorrevano anni in cui regnavano il caos e la guerra, la rovina e lo scompiglio. Quando morì l’ultimo re, i sudditi si prepararono a subire altri anni di carestia. Età di lettura: da 5 anni

C’era un regno lontano nel tempo che sceglieva i propri sovrani in un modo curioso: erano i galli a scegliere il nuovo reggente. Il nome del prescelto doveva essere cantato in coro da tutti i galli del regno. Così, tra un re e quello successivo, trascorrevano anni in cui regnavano il caos e la guerra, la rovina e lo scompiglio. Quando morì l’ultimo re, i sudditi si prepararono a subire altri anni di carestia. Ma quando sorse l’alba, tutti i galli del regno cantarono insieme il nome del nuovo re…

“All’alba, però, una sorpresa. I galli cantarono. Normale, direte voi. Beh, no, perché questa volta i pennuti proclamarono il nome del nuovo sovrano nitidamente. Lo scandirono lettera per lettera, sillaba per sillaba come non era mai successo. Nessuno poteva dire di non aver capito bene, questa volta.”

RECENSIONE: Usanza strampalatissima quella di quel regno chissaddove in cui a ogni morte di sovrano erano i galli – non uno ma tutti all’unisono – a decretare il nome dell’erede al trono. Le possibilità che si accordassero per cantare lo stesso nome era bassina, vicina allo zero. E infatti per lunghi periodi, senza governo, tutto andava a scatafascio: lupi e tigri si aggiravano indisturbati per le strade. Il cattivo odore penetrava fin nelle case, non c’era legna per far fuoco, nei campi le coltivazioni marcivano e le scimmie si nutrivano indisturbate di mango e guanabana, mentre i malati non li curava più nessuno perché medici e infermieri non ricevevano stipendio da mesi e quindi scioperavano… Quando questa terribile situazione stava per raggiungere il suo estremo, allora qualcuno invocava per sé la corona, giurando al mondo di aver sentito chiaramente cantare i galli il suo nome, fosse Roberto o Carlo poco importa. Nascevano così le fazioni dell’uno e quelle dell’altro che se le davano di santa ragione fino ad arrivare alle armi pesanti, persino la dinamite! E alla fine uno dei due cedeva e l’altro governava su un popolo decimato. E così per qualche tempo tutto si rimetteva a posto. Si ripulivano le strade del regno, la gente tornava a lavorare, i malati guarivano, i campi erano di nuovo rigogliosi, le lavandaie sbiancavano nuovamente le tovaglie da mettere in tavola e i fornai rifacevano il pane da metterci sopra. Ma durava finché il sovrano restava in vita. E poi tutto ricominciava come prima…
No, quando morì Carloberto I qualcosa effettivamente cambiò.
Negrin alle tastiere e Di Giorgio ai pennelli, su uno stesso libro. Ah, beh beh… parecchio interessante.
Andiamo in ordine di altezza e partiamo da Fabian Negrin che scrive un testo che molto gli corrisponde: una buona idea di partenza, una bella metafora che tutto contiene, un bel gusto per il crescendo, il suo senso dell’ironia, il divertimento nel giocare con le parole, una punzecchiatina politica, un trionfatore finale, scelto nella categoria umana che lui preferisce. Di più non si può dire…
Di rado, forse un’unica volta, Negrin ha affidato i suoi testi a illustratori che non fossero lui medesimo. Questo perché è un assoluto maestro nell’intrecciare alla perfezione le due lingue che conosce e parla a meraviglia: la scrittura e il disegno. Concepite in un’unica testa, anche con toni tra loro molto diversi, le due lingue si sono sempre molto ben armonizzate tra loro. E i risultati tutti li conoscono.
I suoi testi illustrati da altri, a quel che mi consta, compaiono solo ne Il mondo invisibile e altri racconti, uno dei più bei libri di sempre.
Qui accade di nuovo. La ragioni potrebbero essere varie: troppo lavoro e poco tempo, oppure la voglia di mettersi alla prova nel non fare quello che ha sempre fatto, oppure una richiesta di maggiore novità da parte dell’editrice, oppure ancora potrebbe essere un gesto simbolico per dare ‘ufficialmente’ merito a un talento. Un talento, quello di Mariachiara Di Giorgio, che libro dopo libro, da qualche anno si andato consolidando un bel po’. Una sorta di incoronazione (!), cresima, attestato… alla sua incontestata bravura. Come se ce ne fosse bisogno.
Siano quali siano le ragioni che hanno portato Al canto del gallo a essere quello che è, poco importa. La cosa che appare evidente è che entrambi si sono presi il loro rispettivo spazio per dire e per divertirsi.
Il dire: entrambi hanno detto tanto.
Da un lato un testo che ha la cadenza della fiaba e come questa necessita di un respiro maggiore rispetto al discorso asciutto di un albo, un testo che ha voglia di dire qualcosa sul malgoverno.
Dall’altra le figure di chi ha una gran voglia di disegnare il più possibile. Di riempire lo sguardo dei lettori con immagini anche molto diverse tra loro: scene di giorno, di notte, tavole grandi e dettagli minuti, soluzioni curiose, adulti e bambini, animali -topi grandi e tigri medie- ricchi e poveri, gente che corre e ragazzini che si squadrano, scorci di architetture.
Persino i riflessi nelle pozzanghere si riempiono di figure e dicono cose.
Il divertirsi: entrambi si sono tolti il gusto di giocare. Il proverbiale ‘sense of humor latino americano’, altro che inglese, di Fabian Negrin è uno dei suoi marchi di fabbrica. Come mi è capitato di notare altrove, la circostanza che l’italiano non sia la sua lingua madre, sebbene lo parli meglio di molti autoctoni, gli permette di vedere nelle parole “ironie” su cui gli italiani passano noncuranti: i marciapiedi che formicolano di topi e topilano di formiche, è esemplare.
Si è divertito nella capriola del finale, si è divertito a privilegiare i non privilegiati, e a far trionfare chi storicamente non trionfa mai, si è divertito a esagerare sempre tutto almeno un po’ e sempre un po’ di più, si è divertito nel trovare le ricercatezze della lingua delle fiabe…
E Mariachiara Di Giorgio, invece di trovare una voce unica, si è divertita a trovarne cento diverse. Ha giocato spesso e volentieri con le possibilità che il testo le dava, ma si è anche divertita a dire a modo suo quel che il testo tace. E a giocare tra le ombre dei secondi piani e la nettezza del primo piano: dietro una battaglia all’ultima padella, davanti un ragazzino e una ragazzina con lo sguardo da OK Corral. Si è tolta il gusto di disegnare tutto il movimento possibile: dalle pozzanghere ai pennuti, dalle tovaglie al vento alla gente che va e viene.
Si è divertita con il buio e l’ombra e con la luce e anche con la luce nel buio e la luce nella luce, mostrando quanto è in grado di fare. E poi mi pare si sia divertita a citare i grandi maestri del passato e anche un po’ se stessa, per esempio in quel coccodrillo in fila per entrare a qualcosa di molto simile al pronto soccorso del Fatebenfratelli all’Isola Tiberina. E anche forse a scherzare con i lampioni e la luna e il suo suggestivo quanto improbabile riflesso…
Ma si sa, i giochi con la luna li hanno fatti i più grandi (Sendak rules).

Al canto del gallo

COD: 9788899136895 Categoria: Tag:

19,00

Negrin ci sorprende con un testo in forma di fiaba che racconta di un regno che sceglieva i propri sovrani in un modo curioso: erano i galli a proclamare il nuovo reggente. Il nome del prescelto doveva essere cantato in coro da tutti i galli del regno. Poiché questo evento era molto raro, tra un re e quello successivo, trascorrevano anni in cui regnavano il caos e la guerra, la rovina e lo scompiglio. Quando morì l’ultimo re, i sudditi si prepararono a subire altri anni di carestia. Età di lettura: da 5 anni

C’era un regno lontano nel tempo che sceglieva i propri sovrani in un modo curioso: erano i galli a scegliere il nuovo reggente. Il nome del prescelto doveva essere cantato in coro da tutti i galli del regno. Così, tra un re e quello successivo, trascorrevano anni in cui regnavano il caos e la guerra, la rovina e lo scompiglio. Quando morì l’ultimo re, i sudditi si prepararono a subire altri anni di carestia. Ma quando sorse l’alba, tutti i galli del regno cantarono insieme il nome del nuovo re…

“All’alba, però, una sorpresa. I galli cantarono. Normale, direte voi. Beh, no, perché questa volta i pennuti proclamarono il nome del nuovo sovrano nitidamente. Lo scandirono lettera per lettera, sillaba per sillaba come non era mai successo. Nessuno poteva dire di non aver capito bene, questa volta.”

RECENSIONE: Usanza strampalatissima quella di quel regno chissaddove in cui a ogni morte di sovrano erano i galli – non uno ma tutti all’unisono – a decretare il nome dell’erede al trono. Le possibilità che si accordassero per cantare lo stesso nome era bassina, vicina allo zero. E infatti per lunghi periodi, senza governo, tutto andava a scatafascio: lupi e tigri si aggiravano indisturbati per le strade. Il cattivo odore penetrava fin nelle case, non c’era legna per far fuoco, nei campi le coltivazioni marcivano e le scimmie si nutrivano indisturbate di mango e guanabana, mentre i malati non li curava più nessuno perché medici e infermieri non ricevevano stipendio da mesi e quindi scioperavano… Quando questa terribile situazione stava per raggiungere il suo estremo, allora qualcuno invocava per sé la corona, giurando al mondo di aver sentito chiaramente cantare i galli il suo nome, fosse Roberto o Carlo poco importa. Nascevano così le fazioni dell’uno e quelle dell’altro che se le davano di santa ragione fino ad arrivare alle armi pesanti, persino la dinamite! E alla fine uno dei due cedeva e l’altro governava su un popolo decimato. E così per qualche tempo tutto si rimetteva a posto. Si ripulivano le strade del regno, la gente tornava a lavorare, i malati guarivano, i campi erano di nuovo rigogliosi, le lavandaie sbiancavano nuovamente le tovaglie da mettere in tavola e i fornai rifacevano il pane da metterci sopra. Ma durava finché il sovrano restava in vita. E poi tutto ricominciava come prima…
No, quando morì Carloberto I qualcosa effettivamente cambiò.
Negrin alle tastiere e Di Giorgio ai pennelli, su uno stesso libro. Ah, beh beh… parecchio interessante.
Andiamo in ordine di altezza e partiamo da Fabian Negrin che scrive un testo che molto gli corrisponde: una buona idea di partenza, una bella metafora che tutto contiene, un bel gusto per il crescendo, il suo senso dell’ironia, il divertimento nel giocare con le parole, una punzecchiatina politica, un trionfatore finale, scelto nella categoria umana che lui preferisce. Di più non si può dire…
Di rado, forse un’unica volta, Negrin ha affidato i suoi testi a illustratori che non fossero lui medesimo. Questo perché è un assoluto maestro nell’intrecciare alla perfezione le due lingue che conosce e parla a meraviglia: la scrittura e il disegno. Concepite in un’unica testa, anche con toni tra loro molto diversi, le due lingue si sono sempre molto ben armonizzate tra loro. E i risultati tutti li conoscono.
I suoi testi illustrati da altri, a quel che mi consta, compaiono solo ne Il mondo invisibile e altri racconti, uno dei più bei libri di sempre.
Qui accade di nuovo. La ragioni potrebbero essere varie: troppo lavoro e poco tempo, oppure la voglia di mettersi alla prova nel non fare quello che ha sempre fatto, oppure una richiesta di maggiore novità da parte dell’editrice, oppure ancora potrebbe essere un gesto simbolico per dare ‘ufficialmente’ merito a un talento. Un talento, quello di Mariachiara Di Giorgio, che libro dopo libro, da qualche anno si andato consolidando un bel po’. Una sorta di incoronazione (!), cresima, attestato… alla sua incontestata bravura. Come se ce ne fosse bisogno.
Siano quali siano le ragioni che hanno portato Al canto del gallo a essere quello che è, poco importa. La cosa che appare evidente è che entrambi si sono presi il loro rispettivo spazio per dire e per divertirsi.
Il dire: entrambi hanno detto tanto.
Da un lato un testo che ha la cadenza della fiaba e come questa necessita di un respiro maggiore rispetto al discorso asciutto di un albo, un testo che ha voglia di dire qualcosa sul malgoverno.
Dall’altra le figure di chi ha una gran voglia di disegnare il più possibile. Di riempire lo sguardo dei lettori con immagini anche molto diverse tra loro: scene di giorno, di notte, tavole grandi e dettagli minuti, soluzioni curiose, adulti e bambini, animali -topi grandi e tigri medie- ricchi e poveri, gente che corre e ragazzini che si squadrano, scorci di architetture.
Persino i riflessi nelle pozzanghere si riempiono di figure e dicono cose.
Il divertirsi: entrambi si sono tolti il gusto di giocare. Il proverbiale ‘sense of humor latino americano’, altro che inglese, di Fabian Negrin è uno dei suoi marchi di fabbrica. Come mi è capitato di notare altrove, la circostanza che l’italiano non sia la sua lingua madre, sebbene lo parli meglio di molti autoctoni, gli permette di vedere nelle parole “ironie” su cui gli italiani passano noncuranti: i marciapiedi che formicolano di topi e topilano di formiche, è esemplare.
Si è divertito nella capriola del finale, si è divertito a privilegiare i non privilegiati, e a far trionfare chi storicamente non trionfa mai, si è divertito a esagerare sempre tutto almeno un po’ e sempre un po’ di più, si è divertito nel trovare le ricercatezze della lingua delle fiabe…
E Mariachiara Di Giorgio, invece di trovare una voce unica, si è divertita a trovarne cento diverse. Ha giocato spesso e volentieri con le possibilità che il testo le dava, ma si è anche divertita a dire a modo suo quel che il testo tace. E a giocare tra le ombre dei secondi piani e la nettezza del primo piano: dietro una battaglia all’ultima padella, davanti un ragazzino e una ragazzina con lo sguardo da OK Corral. Si è tolta il gusto di disegnare tutto il movimento possibile: dalle pozzanghere ai pennuti, dalle tovaglie al vento alla gente che va e viene.
Si è divertita con il buio e l’ombra e con la luce e anche con la luce nel buio e la luce nella luce, mostrando quanto è in grado di fare. E poi mi pare si sia divertita a citare i grandi maestri del passato e anche un po’ se stessa, per esempio in quel coccodrillo in fila per entrare a qualcosa di molto simile al pronto soccorso del Fatebenfratelli all’Isola Tiberina. E anche forse a scherzare con i lampioni e la luna e il suo suggestivo quanto improbabile riflesso…
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